La fede di De la Fuente accompagna la Spagna verso la finale Mondiale: il ct racconta la preghiera quotidiana e le sue devozioni più intime.
Luis de la Fuente, il commissario tecnico della Spagna, rende gloria a Dio mentre la sua squadra vola in finale ai Mondiali. Prima della semifinale contro la Francia, il ct ha parlato apertamente della propria fede e di come la vive in un momento di così alta pressione. Non ha citato scaramanzia né rituali portafortuna, ma un rapporto quotidiano con Dio. Ha spiegato ai giornalisti di pregare ogni giorno indipendentemente dai Mondiali o dal risultato che cerca. Per lui la preghiera non è un amuleto per vincere le partite, ma un’abitudine di gratitudine costante, radicata ben oltre il campo da gioco.
Una preghiera di gratitudine, non di richiesta
De la Fuente ha spiegato che il suo rapporto con Dio nasce ogni mattina, indipendentemente dai risultati sportivi. Ringrazia ogni giorno per il semplice fatto di svegliarsi in buona salute, ha raccontato, definendo ogni nuova giornata un’occasione per godersi la vita. Prega, ha aggiunto, perché per lui pregare è ormai un’abitudine quotidiana, non un modo per ottenere un aiuto in più da Dio. Le sue parole restituiscono l’immagine di una fede vissuta come costante, non come strumento legato alle circostanze del momento, nemmeno quelle di un Mondiale di calcio.
Il senso di giustizia del ct della Spagna
Interrogato su un’eventuale richiesta di aiuto divino prima di una partita così importante, De la Fuente ha mostrato un forte senso di equità. “Sarebbe ingiusto chiedergli di aiutarmi e non aiutare il nostro avversario”, ha detto. Preferisce affidare a Dio altre intenzioni: la salute, prima di tutto, e la possibilità di continuare a lottare, così da poter affrontare ogni sfida che la vita gli mette davanti. Si è definito un combattente pronto ad affrontare qualunque prova, purché la salute non venga a mancare.

Il segno della croce, non scaramanzia
Il ct è noto per vivere la propria fede cattolica in modo visibile e senza timori, senza mai nasconderla davanti alle telecamere. Ha inoltre chiarito che il segno della croce prima di ogni partita non è un gesto scaramantico, ma un’espressione semplice e naturale di ciò in cui crede. Una distinzione che De la Fuente tiene a sottolineare ogni volta che i giornalisti gli chiedono conto dei suoi gesti in campo, quasi a voler separare con chiarezza la fede dalla superstizione.
Le devozioni di De la Fuente
Il ct spagnolo coltiva anche devozioni molto personali, che raccontano una fede radicata nella tradizione popolare del suo Paese. È legato al Cristo dell’Espirazione, conosciuto a Siviglia come “El Cachorro”, e alla Madonna della Vega, patrona di Haro, la sua città natale nella Rioja. Sono riferimenti che tornano spesso nelle sue interviste, insieme al ricordo di un’educazione religiosa ricevuta da bambino e poi liberamente riscoperta e abbracciata in età adulta. Mentre la Spagna si prepara alla finale, la testimonianza di De la Fuente mostra come per lui fede e sport restino due dimensioni distinte, mai sovrapposte in nome del risultato.