Vivere alla presenza di Dio ogni giorno non è un sentimento da cercare la domenica, ma una realtà che la Bibbia chiama coram Deo.
La messa a cui partecipiamo la domenica dura all’incirca un’ora. Restano poi un centinaio di ore trascorse nel traffico, al lavoro, in sala d’attesa, a scuola, nel trambusto di ogni giorno. Il problema è che spesso riversiamo tutta la nostra energia spirituale in quelle poche ore di liturgia comunitaria, mentre il resto della settimana viene vissuto come uno spazio vuoto e privo di importanza. Si tratta, però, di un ordine rovesciato. La vita cristiana non si vive a intermittenza, nei momenti di particolare devozione, ma in modo continuo, vivendo alla presenza di Dio, ciò che l’espressione latina definisce coram Deo.
Cosa significa vivere alla presenza di Dio: il senso di coram Deo
L’espressione coram Deo descrive l’intera esistenza cristiana vissuta nella consapevolezza della presenza di Dio, che non abita soltanto il tempio o la chiesa ma è presente anche nella normalità della vita quotidiana. L’idea risale alla parola ebraica panim, che indica la presenza divina e significa letteralmente «volto»: quando Dio rivela il proprio volto, introduce la persona in una comunione intima con sé. Vivere alla presenza di Dio significa dunque sapere che la propria esistenza si svolge davanti a quel volto, non un sentimento da evocare ma un dato da imparare a riconoscere. Questa verità attraversa la Bibbia fin dall’inizio: il primo luogo di lavoro descritto nelle Scritture era in realtà un santuario, il giardino dell’Eden, dove Dio pone l’uomo perché lo coltivi e lo custodisca (Genesi 2,15).
Dal giardino dell’Eden al roveto ardente, fino alla croce
Gli stessi due verbi, coltivare e custodire, quando ricorrono insieme altrove nell’Antico Testamento, descrivono il servizio dei sacerdoti incaricati di custodire la Tenda del convegno (cfr. Numeri 3,7-8; 8,26; 18,5-6): il giardino era dunque il santuario originario della presenza di Dio, e il lavoro di Adamo un atto di culto. Dopo la caduta, l’uomo viene scacciato e l’ingresso è chiuso da cherubini con una spada fiammeggiante (Genesi 3,24), la stessa immagine dei cherubini che ricompare nel velo del Santo dei Santi (Esodo 26,31). Dio, tuttavia, continua a cercare l’incontro con l’uomo: si manifesta a Mosè presso il roveto ardente dicendogli che il luogo su cui sta è terra santa (cfr. Esodo 3,5). Quando Gesù muore, il velo del tempio si squarcia (Matteo 27,51), e da allora abbiamo la fiducia di entrare nel Santo dei Santi grazie al suo sacrificio definitivo (cfr. Ebrei 10,19-22).

Il corpo come tempio e il deserto come luogo della vicinanza di Dio
Se il luogo di lavoro è un santuario, lo è anche il corpo stesso. L’apostolo Paolo chiede ai credenti se non sappiano che il loro corpo è tempio dello Spirito Santo, comprato a caro prezzo e destinato a glorificare Dio (cfr. 1 Corinzi 6,19-20): il suo argomento non è che l’onestà sia un comportamento riservato a chi vuole apparire rispettabile, ma che Dio stesso abita in noi. La domanda per le restanti ore della settimana non è più «lo saprà qualcuno», ma cosa si addice al luogo in cui abita Dio. Quando la vita si fa difficile, molti si chiedono se Dio li abbia abbandonati; la Scrittura, invece, mostra spesso Dio più vicino al suo popolo proprio nel deserto, come quando Israele, appena uscito dall’Egitto, si domanda se il Signore sia in mezzo a loro (cfr. Esodo 17,7), pur restando sempre accompagnato dalla colonna di nube e di fuoco.
Camminare con Dio ogni giorno, dentro la settimana ordinaria
Allo stesso modo lo Spirito conduce Gesù nel deserto per essere tentato senza abbandonarlo (cfr. Matteo 4,1), e Pietroricorda ai credenti perseguitati di non stupirsi delle prove infuocate, perché lo Spirito di Dio riposa su di loro (cfr. 1 Pietro 4,14): il deserto non è prova di abbandono ma segno di appartenenza a Cristo. La costanza di questa presenza la Scrittura la descrive anche con l’immagine del cammino: mentre la Genesi elenca generazioni che morirono, di Enoch e di Noè si dice che camminarono con Dio (Genesi 5,22.24; 6,9). Quando usciamo dalla liturgia non lasciamo Dio alle spalle, ma torniamo nel mondo come testimoni in cui abita il suo Spirito, a tavola, al lavoro, tra i vicini, nella propria sofferenza, fino al giorno in cui vedremo finalmente il suo volto (cfr. Apocalisse 22,4).