A Zurigo la marcia per la vita ha riunito 2.200 persone per il sesto anno fuori dal centro, tra petardi e ciclisti mascherati fermati dalla polizia.
Circa duemiladuecento persone hanno sfilato sabato 19 settembre nel quartiere periferico di Oerlikon, a Zurigo, per la marcia per la vita svizzera, andata in scena sotto lo striscione “Insieme per la vita!”. Per il sesto anno consecutivo le autorità municipali hanno vietato al corteo di attraversare il centro città, citando presunti rischi legati a possibili contromanifestazioni ostili. Gli organizzatori hanno fatto notare che il Comune concede regolarmente permessi per altre manifestazioni proprio nel cuore della città, applicando un evidente doppio standard verso la marcia pro-vita. Mentre gli organizzatori hanno stimato circa 2.200 partecipanti, la polizia ne ha contati più di mille.
Il tentativo di disturbo dei ciclisti mascherati
Come già accaduto negli anni precedenti, il corteo ha dovuto fare i conti con l’opposizione di circa 200 manifestanti mascherati in bicicletta, che hanno tentato di bloccare il percorso facendo esplodere petardi e rovesciando cassonetti sulla carreggiata. La polizia svizzera ha mantenuto il controllo della situazione proteggendo i partecipanti, effettuando controlli di identità e utilizzando due idranti per disperdere i dimostranti. La marcia si è conclusa senza feriti tra i partecipanti, secondo quanto riportato dagli organizzatori.

La battaglia legale contro il Comune di Zurigo
Beatrice Gall, presidente della Swiss March for Life, ha spiegato a CNA Deutsch che le autorità cittadine concedono di consueto ad altri gruppi il permesso di manifestare nel centro di Zurigo, mentre relegano la marcia per la vita in periferia, con conseguente riduzione della visibilità. Il Comune sostiene che la scelta serva a limitare i rischi per l’ordine pubblico e a tutelare le infrastrutture del quartiere commerciale e residenziale di Oerlikon. Per contestare questa politica, gli organizzatori hanno avviato una petizione pubblica e un procedimento legale contro la città di Zurigo, chiedendo pari accesso al centro e un intervento della polizia che garantisca l’ordine senza reprimere le voci pro-vita.
L’aborto in Svizzera, i numeri del silenzio
Gall ha descritto il clima sociale svizzero sul tema dell’aborto come “un clima di silenzio”, segnato dall’assenza di un dibattito pubblico e di un esame obiettivo dei dati. Ha ricordato che dal 2002, anno di introduzione del limite delle 12 settimane, in Svizzera sono stati eseguiti almeno 200.000 aborti, con un impatto stimato su oltre un milione di cittadini se si considerano anche padri e familiari coinvolti. Respingendo lo stereotipo di un movimento arretrato, Gall ha affermato che “difendere la vita umana non è un passo indietro, è uno sguardo rivolto al futuro”, sottolineando il crescente interesse delle nuove generazioni. Il grembo materno, ha aggiunto, dovrebbe essere “il luogo più sicuro del mondo, non il più pericoloso”, invitando gli uomini a sostenere le proprie compagne invece di lasciarle sole di fronte a una gravidanza inattesa.
Le voci di Kolly e Streule
Tra gli oratori è intervenuto Nicolas Kolly, consigliere nazionale dell’Unione Democratica di Centro ed ex membro della Guardia Svizzera Pontificia, che ha invitato la società a “dare voce a chi ancora non ne ha”, riassumendo il proprio messaggio in due parole: “Proteggere la vita”. Kolly ha chiesto un sostegno concreto alle donne in gravidanze difficili, ricordando che la priorità di un uomo è “assumersi le proprie responsabilità, sostenere, ascoltare, proteggere”. Ha parlato anche Jonas Streule, direttore regionale di ProLife Europe in Svizzera, che ha denunciato gli stereotipi diffusi sui social media: “Quello che le persone associano alla parola pro-vita arriva dai video urlati del mondo di TikTok”, ha detto. Secondo Streule, nei campus universitari pochi studenti considerano davvero l’aborto una soluzione desiderabile: la sfida resta aiutare i giovani a capire che possono avere un ruolo attivo nella costruzione di una cultura a favore della vita.