Don Alberto: "Lascio il sacerdozio perchè" - www.medjugorje.it (photo: Di Lei)
E’ stato uno degli argomenti più chiacchierati ma, anche, uno fra i più spinosi sui quali nessuno può permettersi di sparare sentenze: quello del celibato dei sacerdoti. Il tutto partito dal caso di don Alberto Ravagnani.
L’ormai ex sacerdote, poco più che 30enne, dopo un’attenta riflessione, sia umana che spirituale, ha deciso di lasciare l’abito e di tornare allo stato laicale. I motivi li ha espressi e detti in un video, anche se tutto resta alla sua coscienza e nessuno di noi può giudicare la sua scelta.
Quello che era uno fra i preti social più seguiti, orma, ha appeso il colletto e la tonaca al chiodo: è stato giusto oppure no?
Alberto Ravagnani, il suo nome, ormai, è sulla bocca di tutti: il sacerdote milanese, influencer da tantissimi follower sui social, ha deciso di abbandonare la tonaca per ritornare ad essere un normale e semplice laico. Non un abbandono della fede che, come lui stesso ha detto, è sempre salda, ma un lasciare da parte la tonaca per una serie di motivazioni. Partendo dal presupposto che nessuno ha il diritto di giudicare la sua di decisione, se sia stata giusta o sbagliata: ma su di un punto, quale quello del celibato dei sacerdoti, la polemica è stata alzata.
Don Alberto ha preso una decisione sofferta, che è maturata negli anni e che ha deciso lui stesso di spiegare proprio attraverso i social, quel mezzo che gli ha permesso di evangelizzare sì, ma anche di spiegare le motivazioni che lo hanno portato a lasciare tutto. Ha raccontato tutto, ai suoi 160mila follower e anche di più su Youtube, in un video di pochi minuti, attraverso il quale ha ripercorso le tappe della sua vocazione, le sue prime esperienze a Busto Arstizio, fino all’arrivo a Milano.
La sua decisione di entrare in seminario arrivata a 17 anni: “[…] C’era una ragazza che mi piaceva, i miei genitori erano assolutamente contro e avevo una paura matta di perdere i miei amici. Però Dio mi aveva cambiato la vita, e quindi non potevo fare altro che dare la mia vita a lui” – ha iniziato a spiegare. Da qui, l’inizio della formazione, durata 6 anni e, arrivato anche il giorno della sua ordinazione, quello che lui stesso ha definito “uno dei più belli della sua vita”, la consapevolezza che voleva essere come San Francesco d’Assisi: “Ero diventato prete, per sempre. Poi, però, sono arrivate le sorprese”.
La creazione di una community, proprio durante il periodo del Covid, lo ha fatto sentire un padre per tanti ragazzi soprattutto che hanno visto in lui e nei suoi video, una voce e una presenza amica: “[…] Ho intravisto la possibilità di una chiesa nuova, diversa, realmente capace di stare vicino alle nuove generazioni. Ero il prete più fortunato del mondo, non potevo chiedere di più“. L’arrivo a Milano cambia tutto: l’emozione sì, ma anche il suo iniziare a mettersi in discussione, quanto il pensiero, più di una volta di lasciare tutto.
“Ci sono le aspettative nei confronti di noi preti, che a volte sono disumane. Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni” – ha confidato. Al di là del ruolo istituzionale, della “divisa”, della Chiesa e della Messa, don Alberto si è sentito diverso in mezzo agli altri sacerdoti come lui: quei dubbi che ritrovava nelle parole di tanti ragazzi che ha incontrato, sono un pò diventati anche i suoi: “[…] Alla fine, certe mie certezze troppo granitiche – grazie a Dio – sono venute giù […] Io ho capito che i miei sono diversi. Ho capito che sono cambiato, che posso ancora cambiare. E ho scelto di farlo. Sono molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto. Non so esattamente cosa succederà ora, ma sono sereno” – ha concluso.
Don Alberto ha spiegato anche come il celibato sia stato difficile: “[…] Essere preti significa cose ben precise come il celibato…Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero, all’inizio dicevo che dovevo convertirmi, che era una questione di volontà, poi ho smesso di fingere di doverlo giustificare per forza“. Punti su cui riflettere tutti? Pensiamoci.