Come il metodo “Godly Play” avvicina i più piccoli a Dio: catechesi familiare rigenerata

Metodo Godly Play: che cos'è Metodo Godly Play: che cos'è
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Forse non tutti lo conoscono, ma il metodo Godly Play sta dando nuova linfa alla catechesi familiare, per trasmettere la fede ai più piccoli. 

C’è un modo di fare catechismo ai più piccoli che da qualche tempo a questa parte si sta diffondendo sempre più, generando grande interesse. Si tratta del metodo Godly Play, che propone un modo rispettoso e molto umano di trasmettere la fede ai più piccini.

Il metodo in questione è rivolto a bambini dai 5 agli 11 anni, e si ispira alla pedagogia Montessori. Alla base, c’è la convinzione che i bimbi abbiano un innato senso di Dio e un potenziale religioso puro, ragion per cui non devono esservi forzature da parte degli adulti ma un accompagnare i piccoli verso un percorso di fede.

A creare tale tecnica è stato il teologo americano Jerome W. Berryman, con sua moglie Thea. Con questo metodo non si vogliono inculcare nozioni, ma garantire uno spazio dedito all’ascolto e all’incontro con Dio, tramite racconti.

Come funziona l’esperienza spirituale del Godly Play: i dettagli

Il Godly Play, inventato in ambito episcopale, ha preso piede ed è usato in diverse confessioni cristiane. Oggi molte famiglie lo applicano, perché riesce a trasmettere fede raccontando storie.

Metodo Godly Play: che cos'è
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Una parte del fascino di questo interessante metodo è quella di creare un’atmosfera raccolta in casa, mentre si narrano storie sacre. Una sessione di Godly Play, in genere, si svolge con grande attenzione e cura. C’è un adulto che narra la storia, mentre i più piccoli sono esortati ad ascoltare. Non c’è bisogno che rispondano, nessun obbligo.

Tra narratore e bimbi si mette un fondale di feltro nero, che rappresenta silenzio e raccoglimento. Si pone una scatola da cui si estrae il materiale per la narrazione, tra cui tavolette di legno, ad esempio.

Tutti i gesti sono curati e misurati e vi sono pause in cui si resta in silenzio. Questo affinché la storia possa colpire l’animo ed essere interiorizzata maggiormente. Poniamo l’esempio del racconto della Creazione: il narratore mostra diverse tavolette con luce, acqua, terra, ecc., fino al giorno in cui Dio si riposò. La narrazione è eseguita con un ritmo calmo e lento. Per i bimbi il racconto non deve fermarsi al livello di lezione, ma vero e proprio dono.

Una volta che l’adulto termina il racconto, si possono fare domande di meraviglia, in maniera non diretta. Si potrebbe dire, ad esempio:«Chissà cosa vi è piaciuto di più di questa storia». Così facendo, i piccoli hanno modo di esprimere i loro pensieri. Ci può essere spazio per il silenzio, che apre allo Spirito Santo.

La sessione termina ringraziando Dio e riponendo il materiale proprio come si fare con un libro di una certa preziosità. Il metodo Godly Play può essere usato per raccontare anche Natale, Pasqua, Pentecoste e altre narrazioni.