Come la Chiesa guarda ai social - www.medjugorje.it
E’ una delle domande che più ci poniamo in questi ultimi tempi, dove i social media e il mondo di internet stanno prendendo il sopravvento su tutte le nostre attività: come devono comportarsi in cristiani proprio con i social?
Restare come si è e non avere paura del mondo che evolve, o iniziare a guardare anche la nostra fede e l’essere cristiani sotto un’altra prospettiva? Magari che più si avvicina alle esigenze del mondo moderno?
Ciò che conta è non perdere mai la propria fede, nonostante ci sia un mondo in continua evoluzione e che, talvolta, ci fa perdere anche la bussola e l’orientamento.
I cristiani al tempo di Internet: no, non è il titolo di un film, ma uno dei problemi sul quale la Chiesa tutta si sta piano piano interrogando. I giovani sono coloro che maggiormente attingono dai social, vivono sui social e, per questo motivo, la Chiesa guarda e punta verso di loro. Ma come può la Chiesa affacciarsi al mondo social? Ci sono, sì, alcuni sacerdoti che già hanno provato (ed anche con successo) l’evangelizzazione attraverso Facebook, Instagram e, ultimamente, anche su TikTok: basti pensare a don Cosimo Schena o don Alberto Ravagnani, giusto per fare due nomi.
Anche il Papa ha il suo profilo sui social, come lo aveva Papa Francesco: il tutto ovviamente gestito da persone competenti che aiutano a far sentire anche il Pontefice sempre più vicino a ciascuno di noi, anche se lontano. In generale, però, la domanda è spontanea: come deve essere un cristiano ai tempi dei social? Può rapportarsi con essi e portare anche lì la fede o deve mantenersi molto sulla difensiva? Una domanda alla quale in molti non riescono a dare una risposta concreta e, per questo, la Chiesa in merito un pò è ancora titubante.
C’è un sacerdote argentino, però, padre Gregorio Nadal, che ha posto l’attenzione su questo problema, tanto da scriverci addirittura un libro, intitolato “Come essere cristiani sui social media: relazioni umane e presenza etica nel mondo digitale”. Un problema complesso, al quale però c’è una soluzione. Il sacerdote parte dall’offrirci “un invito a esaminare cosa succede dentro di noi quando siamo connessi, come i contenuti che consumiamo ci influenzano e che tipo di persone stiamo diventando mentre navighiamo sui social media, commentiamo, leggiamo o reagiamo” – spiega in un’intervista a ETWN.
I social, spiega il sacerdote, ci pongono davanti 3 sfide: la prima riguarda quella che viene definita l’aggressività normalizzata: non solo ciò che condividiamo, leggiamo o scriviamo, ma ci domandiamo mai ciò che abbiamo nel nostro cuore? “Questa aggressività finisce per plasmare la nostra prospettiva, la nostra pazienza e il nostro modo di relazionarci con gli altri” – afferma. La seconda sfida è, invece, quella che riguarda la frammentazione del nostro cuore: anche se non ce ne accorgiamo, la tecnologia “plasma il nostro cuore […] il ritmo dell’iperconnettività frammenta l’attenzione, indebolisce il silenzio (essenziale per ascoltare Dio) e ostacola un’interazione autentica, faccia a faccia” – continua.
L’ultima sfida, non meno importante delle altre, è quello di reagire immediatamente e, in questo caso, non sono solo i giovani a farlo, ma chiunque usa attivamente i social: “Dobbiamo recuperare lo spazio interiore” – spiega il sacerdote, per ritornare ad imparare a pensare prima di rispondere. Ai giovani, quindi, viene consigliata, in primis, l’attenzione e la prudenza: “Il valore aggiunto dei cattolici sui social media non sta nell’avere più discussioni, ma nell’essere buoni vicini” – conclude.