Di fronte alla bestemmia, il credente non è chiamato a gridare più forte, ma a rispondere con una parola diversa.
Le imprecazioni attraversano le strade, entrano nelle case, talvolta risuonano perfino tra persone che si vogliono bene. Non è solo una questione di educazione, ma di fede vissuta. E allora la domanda diventa personale: come reagisco io quando sento pronunciare il nome di Dio invano?
Trasformare l’offesa in lode
Nel corso della trasmissione “Chiedi al sacerdote”, un ascoltatore ha posto proprio questo interrogativo. Fra Goran Azinović, sacerdote della Provincia francescana dell’Erzegovina e oggi missionario presso la Missione cattolica croata a Zurigo, ha risposto con franchezza: l’uomo ha sempre avuto la tendenza a imprecare. Non si tratta di un’abitudine recente. La storia della civiltà dimostra quanto facilmente il nome di Dio venga usato con leggerezza o rabbia.
Non è un caso che tra i Dieci Comandamenti troviamo l’invito a non pronunciare il nome del Signore invano. Quel comandamento non è una formalità, ma un argine posto davanti alla fragilità umana. Dio conosce il cuore dell’uomo, sa quanto sia incline al peccato e quanto facilmente la lingua possa diventare strumento di offesa.
Fra Goran ha osservato che esistono popoli capaci di intensa preghiera e, allo stesso tempo, inclini alla bestemmia. Questo contrasto deve far riflettere. Come possono le chiese essere colme la domenica e le parole offensive riempire i giorni della settimana? Ancora più doloroso è sentire bestemmiare bambini e giovani. Proprio loro, che dovrebbero essere segno di entusiasmo e vitalità, spesso portano nel linguaggio un’amarezza che sorprende e rattrista.
Il sacerdote non punta il dito contro qualcuno in particolare. Invita piuttosto a un esame di coscienza: quale esempio offriamo? Che clima si respira nelle nostre famiglie e nelle scuole? Se le imprecazioni si diffondono anche tra i più giovani, significa che qualcosa nel tessuto spirituale si è indebolito.
Per indicare una via concreta, Fra Goran richiama l’esperienza di San Francesco d’Assisi. Anche nel suo tempo, soprattutto nei mercati, tra discussioni e contrattazioni, non mancavano parole dure contro Dio. Francesco lo aveva sperimentato già da ragazzo, lavorando con il padre. Dopo la conversione, non scelse la via della condanna. Quando sentiva bestemmiare, rispondeva con la lode: “Laudato sii, mi Signore”. Dove qualcuno feriva con la parola, lui benediceva. Era un gesto semplice, ma capace di cambiare l’atmosfera.
Un altro esempio luminoso è Filippo Neri. Vedendo i giovani lasciarsi andare a un linguaggio volgare, li richiamava con dolcezza. Ricordava loro che la lingua è stata creata per parole grandi: per cantare, incoraggiare, consolare. Usarla per l’offesa significa impoverire un dono ricevuto da Dio. La sua correzione non era severa, ma paterna; invitava a scoprire la bellezza di una parola che costruisce invece di distruggere.
Anche Santa Teresa di Lisieux, la “piccola Teresa”, offre una prospettiva evangelica. Nella vita comunitaria, come in ogni ambiente umano, non mancano parole aspre. Lei diceva di non voler denunciare le sorelle, ma di presentarle a Dio. Trasformava la durezza ricevuta in preghiera, affidando tutto alla misericordia divina.

Digiunare dalle parole vuote per ritrovare Dio
Fra Goran conclude ricordando un invito recente di Papa Leone XIV: liberarsi da insulti, pettegolezzi e linguaggio volgare. È un vero digiuno della lingua. Non riguarda soltanto la bestemmia, ma ogni parola che ferisce o svuota.
Dietro molte espressioni offensive si nasconde un cuore distratto, troppo assorbito dalle cose materiali e poco attento alla dimensione spirituale. Tornare al silenzio, ascoltare di più e parlare con maggiore consapevolezza può diventare un cammino di guarigione.
Forse la risposta cristiana non è lo scontro, ma la benedizione. Non il rimprovero gridato, ma una lode sussurrata. Nel silenzio del cuore, Dio continua a parlare; sta a noi custodire la lingua come strumento di luce e non di ombra.