“Mi state indicando la morte”: la voce di una suora malata scuote il dibattito su eutanasia e suicidio assistito

E qui nasce lo scarto. Perché mentre lei attraversa questa fase, in Francia si discute di legalizzare eutanasia e suicidio assistito. Legge i testi, ascolta il dibattito. E resta spiazzata. Non tanto per l’esistenza del tema, ma per il modo in cui viene trattato. E qui nasce lo scarto. Perché mentre lei attraversa questa fase, in Francia si discute di legalizzare eutanasia e suicidio assistito. Legge i testi, ascolta il dibattito. E resta spiazzata. Non tanto per l’esistenza del tema, ma per il modo in cui viene trattato.
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Una diagnosi che non lascia molto tempo e una reazione che non segue il copione. Non chiede di morire. Chiede di essere aiutata a vivere.

Quando la malattia entra e cambia tutto

A 58 anni, suor Bénédicte Mariolle sa che il tempo si è accorciato. Un tumore al pancreas, poi le metastasi ai polmoni. La chemioterapia tiene aperta una finestra, ma stretta. Si parla di mesi. Non è la prima volta che si trova davanti a qualcosa del genere. A 27 anni una leucemia acuta l’aveva già portata vicino alla fine. Allora il dolore era meno controllato di oggi. Ricorda momenti in cui voleva solo che tutto finisse. Lo dice senza girarci intorno: voleva morire. Non è successo. Medici, familiari, suo fratello che ha donato il midollo. Da lì sono arrivati trent’anni di vita che lei descrive come un dono ricevuto e poi restituito, entrando nelle Piccole Sorelle dei Poveri e vivendo accanto agli anziani fino agli ultimi giorni della loro vita. Questo passaggio pesa oggi più di tante parole teoriche.

Una vita accanto alla fine degli altri

Per anni ha visto da vicino cosa significa arrivare alla fine. Non in modo astratto, ma dentro stanze, relazioni, sguardi. Case che lei non chiama strutture, ma “casa”. Un dettaglio che dice molto. Racconta di momenti intensi, a volte duri, ma anche pieni. Riconciliazioni che arrivano tardi ma arrivano. Legami che si stringono proprio quando tutto sembra sfaldarsi. La morte resta un dramma, non viene addolcita. Però non è mai isolata, mai lasciata sola. Le cure palliative, vissute così, cambiano il clima. Non cercano più di guarire a tutti i costi. Si fermano. Guardano la persona intera, non solo la malattia. È questa esperienza che lei porta con sé ora che la malattia è la sua.

Il disagio davanti a una legge che cambia il quadro

E qui nasce lo scarto. Perché mentre lei attraversa questa fase, in Francia si discute di legalizzare eutanasia e suicidio assistito. Legge i testi, ascolta il dibattito. E resta spiazzata. Non tanto per l’esistenza del tema, ma per il modo in cui viene trattato. Si sente lontana da quello che viene detto, come se si parlasse di un’altra realtà. La frase che usa è dura: attraverso la legge, la società le indica una porta d’uscita. Non come ipotesi estrema, ma come possibilità normale. Dentro questa apertura legge qualcosa che la inquieta. Se esiste questa strada, se viene riconosciuta e resa accessibile, allora diventa anche una pressione implicita. Non dichiarata, ma presente. Il pensiero si insinua: sto pesando? Sto costando troppo? Sarebbe meglio farmi da parte? Non è una teoria. È una sensazione concreta, che entra proprio quando si è più fragili.

A 58 anni, suor Bénédicte Mariolle sa che il tempo si è accorciato. Un tumore al pancreas, poi le metastasi ai polmoni. La chemioterapia tiene aperta una finestra, ma stretta. Si parla di mesi. Non è la prima volta che si trova davanti a qualcosa del genere. A 27 anni una leucemia acuta l’aveva già portata vicino alla fine
Suor Benedicte Mariolle

La fragilità e il rischio di sentirsi un peso

Chi non vive questa condizione può parlare di libertà, autonomia, scelta. Parole che funzionano bene quando si sta bene. Lei le guarda da un altro punto. Quando il corpo cambia, quando si dipende dagli altri, quella libertà ha contorni diversi. Non sparisce, ma si trasforma. E non sempre coincide con l’idea di scegliere la morte. Ricorda anche quei momenti, durante la leucemia, in cui voleva smettere. Se qualcuno avesse preso sul serio quel desiderio, oggi non sarebbe qui. Non avrebbe vissuto quei trent’anni che considera un regalo. È un passaggio che resta sospeso. Non viene imposto come risposta, ma rimane lì.

Chi resta accanto e cosa rischia di cambiare

C’è un’altra domanda che affiora. Chi oggi sostiene, accompagna, insiste perché una persona non si arrenda, come verrà visto domani? Quel sostegno, quella presenza che lei ha ricevuto, potrebbe essere letta come un ostacolo alla volontà del malato? Potrebbe diventare sospetta? Non sono questioni teoriche. Tocca medici, familiari, chi resta accanto nei momenti più confusi, quando il desiderio di morire si mescola alla richiesta di aiuto. Lei dà voce anche a loro. E a chi, come lei, si trova dentro questa fase e non si riconosce nel modo in cui viene raccontata.

Non cerca di chiudere il discorso. Lo lascia aperto, quasi sospeso. Con una richiesta che non suona come uno slogan: essere aiutata a vivere, anche adesso che il tempo è corto.