The Chosen 6 arriva a novembre: le 24 ore più dure della storia di Gesù

La nuova stagione di The Chosen entra nel cuore del Venerdì Santo. Non più solo il racconto, ma il peso reale di quelle ore. E qualcosa cambia anche per chi guarda. La nuova stagione di The Chosen entra nel cuore del Venerdì Santo. Non più solo il racconto, ma il peso reale di quelle ore. E qualcosa cambia anche per chi guarda.
The Chosen, 6° stagione in uscita
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La nuova stagione di The Chosen entra nel cuore del Venerdì Santo. Non più solo il racconto, ma il peso reale di quelle ore. E qualcosa cambia anche per chi guarda.

Le 24 ore che tutti pensano di conoscere

Il 15 novembre usciranno i primi episodi della sesta stagione di The Chosen. Sei puntate in tutto, con le prime tre disponibili subito e le altre distribuite settimana dopo settimana fino ai primi di dicembre. Il finale, invece, non passerà solo dalle piattaforme: è previsto al cinema nella primavera del 2027, come un evento a sé. La scelta dice già qualcosa. Qui non si tratta di aggiungere un altro pezzo alla storia, ma di fermarsi su un punto preciso. Le ultime 24 ore di Gesù. Il Venerdì Santo, la condanna, la crocifissione.

Molti pensano di sapere già tutto. La croce, il dolore, la morte. Scene viste e riviste, ascoltate fin da bambini. Eppure è proprio su questo che si gioca la stagione: non tanto il “cosa”, ma il “perché”. Non è una differenza da poco.

Dentro la Passione, non solo davanti

Dallas Jenkins, che ha creato la serie, insiste su questo punto: la crocifissione non è solo un evento da raccontare, ma qualcosa da attraversare. Per questo hanno deciso di dedicarci un’intera stagione. E persino un’uscita cinematografica separata.

Si percepisce che il lavoro è stato diverso dal solito. Più pesante, più esposto. Non solo per la complessità delle scene, ma per quello che rappresentano. Le riprese della crocifissione sono state fatte a Matera, tre settimane intere. Non pochi giorni, non qualche scena veloce. Tre settimane immerse in quel momento. Jenkins stesso ha parlato di un periodo difficile, forse il più impegnativo da quando esiste la serie. Non è solo fatica tecnica. C’è qualcosa che rimane addosso.

Dallas Jenkins, che ha creato la serie, insiste su questo punto: la crocifissione non è solo un evento da raccontare, ma qualcosa da attraversare. Per questo hanno deciso di dedicarci un’intera stagione. E persino un’uscita cinematografica separata.
Jonathan Roumie e George H. Xanthis in The Chosen.

Quando interpretare Gesù ti cambia

Jonathan Roumie, che interpreta Gesù, non ha nascosto quanto questa parte lo abbia segnato. Racconta di essersi trovato a piangere anche dopo, andando a messa o semplicemente ripensando a quelle scene. Non è il tipo di dichiarazione costruita per promuovere una serie. Suona più come una reazione che non si riesce a controllare. Parla di una “percentuale minuscola” della sofferenza di Cristo. E già quella, dice, è stata sufficiente a lasciarlo scosso. Non è difficile credergli. Anche chi guarda, a volte, si accorge che certe immagini restano più del previsto.

Un set diverso dal solito

Anche gli altri attori hanno percepito qualcosa di insolito. Abe Bueno-Jallad, che interpreta Giacomo il Maggiore, ha parlato di un clima diverso sul set. Più concentrato, più carico. Non è solo professionalità. È come se tutti avessero capito che stavano toccando un punto delicato. E ognuno, a modo suo, si è trovato a portare un peso. C’è chi tornava sul set anche nei giorni liberi, solo per guardare. Non per lavoro. Per vedere cosa stava succedendo. Per restare dentro a quell’atmosfera.

Perché questa stagione riguarda anche chi guarda

Il rischio, davanti a una storia così conosciuta, è di restare in superficie. Guardare e basta. Dire “sì, lo so già”. E invece questa stagione sembra voler mettere in difficoltà proprio questa sicurezza. Non tanto con effetti spettacolari, ma con una domanda che resta lì: perché è successo davvero? Non è una questione teorica. Se quella crocifissione ha un senso, allora riguarda anche oggi. Non in modo astratto, ma nelle cose più semplici. Nel modo in cui si guarda la sofferenza, il sacrificio, perfino l’ingiustizia.

Quelle 24 ore, anche se raccontate mille volte, continuano a non essere del tutto chiare. E forse è proprio questo che le rende ancora difficili da ignorare.