Verso la Pasqua: l’irruzione della vita contro la morte. Don Charbel ci spiega il perchè

Intervista a Don Charbel che ci spiega l'importanza della Pasqua Intervista a Don Charbel che ci spiega l'importanza della Pasqua
Don Charbel ci spiega perchè è necessario viviere la Pasqua - www.medjugorje.it
Canale WhatsApp Iscriviti subito!
Canale Telegram Iscriviti subito!

La Pasqua è il momento più alto della vita di un cristiano: è l’attimo in cui ciascuno, già a partire dal pieno del Triduo Pasquale, capisce e comprende a pieno il sacrificio che Gesù ha fatto.

Ciascuno di noi la vive con una intensità diversa e ne raccoglie frutti diversi. Ogni anno, Gesù si offre per noi in un memoriale che è intrinseco di significato. Per questo motivo, abbiamo scelto di farci raccontare da un sacerdote la vera intensità di questo momento dell’anno liturgico che, a breve, andremo a rivivere.

La scelta del perchè celebrare la Pasqua va molto al di là di quelli che sono i riti della Settimana santa e non solo. Cerchiamo di comprenderlo meglio dalle parole di Don Charbel.

La Pasqua: un momento da vivere intensamente

Guardare alla Settimana Santa non solo come il momento durante il quale si ripercorrono le tappe più dolorose ma, anche, le più importanti della vita di Gesù: il suo offrirsi per noi, come vittima di espiazione per i nostri peccati, il suo morire da innocente sul legno della Croce per donarci la Redenzione e, dopo 3 giorni, risorgere dai morti per portare a compimento questo mistero. Allora, gli Apostoli stessi non riuscirono a comprendere subito ed al meglio tutto quello che il Maestro aveva annunciato loro, lo compresero solo dopo.

Noi oggi, viviamo la Pasqua ciascuno in maniera diversa: è un qualcosa di grande, immenso ma, allo stesso tempo, centro pieno della nostra vita. Come comprendere tutto questo? Ce lo spiega don Charbel Abdel Massih, vice – parroco della Basilica Minore “Maria Santissima della Neve” di Ponticelli, quartiere della città di Napoli. La sua particolare riflessione sul tema della Santa Pasqua, ci accompagna per mano a ripercorrerne ogni singola tappa, ogni singolo momento, che va vissuto nella semplicità e nella purezza di cuore.

Non è un qualcosa solo “adatto” ad un sacerdote o a un uomo o una donna di Dio, ma tutti noi possiamo vivere la Pasqua in maniera intensa e concreta allo stesso tempo. In che modo? Ce lo spiega don Charbel.

La Pasqua per i cristiani: è solo l’evento della Risurrezione di Gesù, o c’è anche dell’altro dietro?

La Risurrezione di Gesù non avrebbe senso se non ci fosse dell’altro dietro. Infatti, la Risurrezione comincia con l’esperienza del sepolcro vuoto. In realtà, la pietra rimossa dal sepolcro di Gesù non prova che Gesù è risorto, quanto rimuove il velo sulla ferita più profonda del mondo. Il sepolcro vuoto per sé non dimostra nulla. Anzi, è un’assenza che turba. Lascia solo una domanda aperta perché è il primo spazio umano che non riesce più a trattenere un corpo che vi apparteneva. Da quel momento, per i seguaci di Gesù, i Cristiani, nessun luogo di morte può essere considerato definitivo, e il corpo umano non appartiene più solo a questa terra.

Ecco, questa scena del sepolcro trovato dai discepoli vuoto, Dio l’ha voluta per rivelarci una verità meravigliosa più sulla nostra esperienza con la morte, che è la ferita più grande dell’esistenza umana, che sull’esperienza di Gesù stesso. Pertanto, la risurrezione comincia non come un’apparizione o come una conferma che Gesù è risorto, che la vita esiste ancora, ma come una sottrazione. Prima viene tolto il corpo dalla nostra vista. All’inizio sperimentiamo l’assenza, la perdita, il non controllo e l’incomprensione; e poi, lentamente, viene restituita la presenza. Come se il sepolcro vuoto di “Gesù – risorto” fosse il tempo necessario perché i nostri occhi si distacchino dalla visione mondana e materiale e imparino a cercare un’esistenza risorta che riempie non il vuoto degli occhi, ma quello del cuore e della memoria.

Perciò, il Risorto quando si fa rivedere dopo l’esperienza del sepolcro vuoto, non si lascia conoscere dagli occhi che guardano solo la materia, ma dagli occhi del cuore e della memoria. Infatti, nelle apparizioni dopo la Risurrezione, Gesù, quando viene visto con occhi corporei, viene scambiato per il giardiniere, per un mendicante, per un uomo sconosciuto sulla strada di Emmaus … Addirittura Lo vediamo anche parlare poco alle orecchie corporee, e quando parla non spiega: chiama per nome “Maria”, chiede ai discepoli di gettare le reti da pesca, spezza il pane per i discepoli di Emmaus, mostra le mani, i piedi e il fianco a Tommaso … In fondo, proprio come il sepolcro vuoto, non argomenta la Risurrezione, non la spiega, ma chiama a cercarla con gli occhi del cuore e della memoria.

La resurrezione: cosa è per un cristiano
Perchè è bello vivere a pieno il momento della Resurrezione – www.medjugorje.it

E quindi la Pasqua non è “solo l’evento della Risurrezione di Gesù” come è stato menzionato nella domanda, ma risorge nei cuori la promessa più misteriosa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Ecco, anche per noi, la Pasqua fa risorgere la nostra storia e le esperienze vissute con Gesù e, attraverso di Lui, con gli altri, dando nuova vita anche a ciò che, a un certo momento, avremmo potuto considerare spento e finito.

Dunque, la Risurrezione di Cristo è un evento realizzato per rivelarci che la morte, che leggiamo come fine, assenza, vuoto e perdita, non è in verità che quel “poco”: un poco non ci vediamo, un po’ ancora ci rivediamo (Cf Gv 16,16). Questa è la promessa del sepolcro vuoto di Cristo, e noi Cristiani, che aspettiamo la venuta gloriosa di Cristo, abbiamo nel cuore e nella memoria: l’esperienza del sepolcro vuoto.

Come possiamo riconciliare la gloria della Risurrezione di Cristo con la realtà ferita del mondo e con il fatto che il male esiste ancora?

Innanzitutto, la Risurrezione di Cristo non cancella le ferite, le rende segni parlanti. E se si parla di gloria della Risurrezione, sarà fondamentalmente per questa ragione.

Parliamo prima della Risurrezione come riconciliazione di Cristo con le proprie ferite.

Il Risorto stesso, infatti, non è tornato “intatto”. Anzi, è tornato riconoscibile proprio dalle ferite. Sono le ferite che hanno dato credibilità alla Risurrezione e significato alla vittoria. Le piaghe non sono state un incidente da archiviare dopo la Risurrezione, ma sono diventate il linguaggio definitivo e concreto della vittoria della vita incarnata di Gesù che porta con Sé le nostre ferite nell’eternità. È come se Dio dicesse: non ti salvo cancellando il dolore dalla tua storia, ma attraversandolo con te fino a vincere insieme. Attenzione! Qui la Risurrezione si rivela, anzitutto, come una storia d’amore. Non è una magia riparatrice; è una fedeltà radicale a ciò che è stato vissuto fino in fondo in questo mondo e perciò merita di essere glorificata.

Questo ribalta l’idea comune di salvezza considerata come “reset”, riavvio. Cristo, nella Risurrezione, non inaugura un mondo “pulito”, che riparte da zero, ma un mondo trasfigurato, dove ciò che è stato spezzato non viene negato, bensì assunto. Le ferite restano perché l’amore che le ha accettate e vissute resti vero e credibile, e diventi eterno! L’eternità non cancella l’inizio di una storia ma la porta avanti all’infinito. E un Dio senza cicatrici sarebbe un Dio lontano, un Dio non incarnato davvero, un Dio attore che, finita la scena, toglie il trucco delle cicatrici.

La conversione con la risurrezione
Guardare a Cristo: avviarsi alla conversione – www.medjugorje.it

Invece, un Dio risorto con le cicatrici è un Dio che ha nella memoria tutto ciò che ha vissuto con noi e per noi, tutta la storia che Lo lega concretamente alle nostre ferite. In questo senso, la risurrezione non è soltanto una promessa per “il dopo”, ma una luce per “il durante”: ciò che oggi dalle nostre ferite sembra perduto, in verità, non sarà mai scartato dalla storia di Dio. Lo stesso buio di oggi può diventare luogo di luce eterna. Ciò significa che la risurrezione salvaguarda l’identità delle nostre ferite perché esse contano molto al cuore di Dio e, ovviamente, non di meno al nostro cuore, alla nostra storia. Solo così si può parlare di salvezza. Altrimenti, il nostro passato non sarà salvato, ma sarà semplicemente cancellato o distrutto.

Partendo da questa percezione, la risurrezione diventa una speranza scomoda, ma potentissima: perché anche il male che facciamo non sarà cancellato come se non fosse mai stato, ma sarà redento e salvato. In altre parole più concrete: sarà convertito. Cioè lo stesso male muore per risorgere battezzato nella bontà e nella Misericordia di Dio che gli dà una nuova luce, una nuova visione della vita, quella stessa visione che emana dagli occhi di Dio. Questo è il significato della “conversione”. E questo può cominciare oggi. La luce della Risurrezione di Cristo può redimere le nostre ferite, causate dal male, aiutandoci a guardarle da un’altra direzione, con un’altra percezione, proprio come si guardano le ferite di Cristo dopo la Risurrezione.

In questo contesto, la risurrezione si percepisce allora come rottura del tempo, spaccato dalla luce dell’eternità, e questo può cominciare oggi, in ogni momento che ci apriamo alla Presenza dell’Eterno. Quindi, non è un passaggio a un’altra vita diversa per una nuova storia. La risurrezione non è il passaggio dalla morte alla vita, ma dalla vita mondana alla vita divina.

È l’irruzione di una vita che continua a esistere in una forma che la morte, come una fine materiale, non sa leggere. Come se la vita continua a esistere in una luce che gli occhi notturni del male non possono guardare, ma che solo gli occhi battezzati nella luce del Risorto potranno vedere. Perciò quando Gesù parlava della morte pensava al sonno notturno, da cui uno si deve soltanto alzare guardando la faccia di Cristo, e non come a un passaggio da una storia finita a una nuova storia.

Ecco, possiamo anche ricordare qui le parole di Gesù al ladrone a destra: “Oggi sarai con me nel Paradiso”. In queste parole, Gesù non scollega il futuro del ladrone dalla sua storia passata, non cancella il passato ferito del ladrone come se non fosse mai stato, ma gli offre un nuovo ambiente, una nuova appartenenza, una nuova visione della vita dove le ferite vengono guarite e il male sarà già convertito.

Allora, come abbiamo visto, la risurrezione non risolve il problema del male togliendolo dal mondo e cancellandolo dalla nostra storia, ma lo disarma. Come un tiranno spodestato che anche se continua a urlare, non può più firmare decreti.

Vi invito a pensare alla risurrezione non come a una porta spalancata che ci fa passare in un attimo a una nuova realtà, ma come a una crepa luminosa in un muro. Il muro è ancora lì. La crepa è stretta. Ma da quella fenditura entra una luce che non smetterà più di allargarsi e di avvolgere l’essere umano. In questo senso, la Risurrezione di Cristo non è la fine della storia, non è l’eliminazione del muro, del male, delle ferite. Ma è il punto in cui la storia umana ha smesso di essere chiusa ed è giunta a essa una luce eterna che non smette di trasformare il corpo terreno ferito in un corpo glorioso libero che, a un certo momento, non avrà più bisogno di togliere il muro, perché ormai, come Cristo che entrava a porte chiuse, l’uomo risorto lo può semplicemente attraversare.

La resurrezione e i problemi del mondo
Cosa può il mistero della Pasqua in un momento difficile come quello che stiamo vivendo? – www.medjugorje.it

Davanti ad un mondo che è ancora in guerra, sembra che lo Spirito della Pasqua di Gesù non ci sia. E, invece, proprio in queste situazioni, la sua luce diventa il faro potente che può abbattere ogni oscurità.

Quindi la Risurrezione è una soluzione per i problemi del mondo?

La vita di oggi non è semplicemente stanca: è sfilacciata. Forse crolla di meno in grandi tragedie, ma si consuma in micro-fratture quotidiane: relazioni che non esplodono, ma si svuotano. Lavori che forse non umiliano, ma non nutrono una vera comunicazione. Corpi che funzionano forse più efficacemente, ma non abitano più se stessi. È una vita che va avanti, ma in realtà senza sentirsi arrivati da nessuna parte.

La Risurrezione di Cristo entra qui non come soluzione, ma come forza, senso e mèta. Nel Vangelo, il Risorto non appare nei momenti di forza, ma quando i discepoli hanno già chiuso i conti: porte sbarrate per paura e resa, reti lavate per delusione, ritorno a Emmaus per la convinzione che il sogno è finito. Quindi il Risorto viene incontro ai discepoli in difficoltà. Non gli toglie i problemi, ma ravviva in loro il senso pieno e la mèta sublime della vita. E così li fa uscire dalla paura di affrontare i problemi temporanei e dalla chiusura che soffoca la speranza  e li chiama per una vita piena di libertà e di pace interiori.

Non porta con Sé nuovi programmi o nuove strategie per volare sopra i problemi oppure per scapparvi. Il Risorto tornato dai Suoi si limita a stare, a cucinare, a mangiare, a camminare, a respirare insieme a loro. La Sua presenza è quella di un amico che ti sta accanto e che affronta con te i problemi. Non li toglie, ne porta con te il peso. Ti dà forza per affrontarli. Ti ricorda il valore della tua lotta e della mèta che volete raggiungere insieme. Ecco, questa non è una presenza di un amico qualunque. È la presenza di un amico che ha già percorso la strada, ha raggiunto la mèta e ha vinto la battaglia, e quindi sa aiutarti nel modo più sicuro.

 

E’ una delle domande che, quasi tutti, abbiamo fatto almeno una volta ad un sacerdote. come vivere veramente la Pasqua. Ecco ciò che don Charbel ci ha spiegato in merito a questo.

Qual è il modo giusto per prepararci alla Pasqua? Cosa può consigliare un sacerdote a un fedele?

Non c’è un modo giusto. Il Risorto tornato dai Suoi non chiede il curriculum. Questo rovescia tutto. Questo è scandaloso per una generazione che vive sotto valutazione continua: prestazioni d’identità, coerenza mascherata, felicità esibita solo sui social e non nei cuori, norme di bellezza e di bravura che cambiano secondo la moda del tempo … Ma con Gesù, l’ “Amico – risorto”, Tommaso è invitato a credere attraverso i propri dubbi, il proprio fallimento. Gesù risorto non rimprovera nessuno. Pietro non viene umiliato, Tommaso non viene deriso, gli altri non vengono spregiati. Ciò significa che non devi essere “a posto” per incontrare l’Eterno. Non devi guarire per essere amato e visitato dal “Medico – risorto”. Se ti affidi a Lui, le parti in te che non funzionano, che non tornano, che non si risolvono … non sono più ostacoli alla risurrezione, ma il suo materiale grezzo.

Prepararsi bene alla Pasqua
Prepararsi alla Pasqua come un sacerdote – www.medjugorje.it

Quindi se ci fosse un modo giusto per prepararti alla Pasqua sarebbe questo:

È come se il corpo ferito e risorto di Cristo ti dicesse: se vuoi incontrarmi e accompagnarmi, inizia da ciò che ti fa paura toccare, dalle ferite, dalle debolezze, perché il Risorto appare ai suoi discepoli come compagno di fallimenti non ancora risolti. In verità, la resurrezione è una salvezza non performativa. E non è del tutto rituale. È un modo di vivere con il Risorto come amici anche se non ci sentiamo ancora risorti.

Concretamente, forse la preparazione più vera è questa: La nostra vita non ha bisogno di azioni rumorose, ma di piccole risurrezioni clandestine:

  • alzarsi forse senza soluzioni in mano, ma avere il coraggio di farlo lo stesso, perché sappiamo che la vita non si limita ai problemi che ho adesso, ma è sempre oltre, è in compagnia con il Risorto.
  • dire la verità quando conviene mentire, perché sappiamo che la verità libera, anzitutto dalla paura che mi distrugge ogni giorno.
  • non indurirsi a causa dei problemi e delle delusioni anche quando sarebbe più facile farlo, perché la vera vittoria non consiste nel risolvere un problema che comunque passerà, ma nel custodire un’anima buona ed eterna, a immagine del Padre: un’anima che non perde la propria identità di fronte ai problemi, ma la fa risorgere attraversando ogni problema, ogni pericolo di morte. Bisogna ricordare che l’anima, al contrario dei problemi, non passerà! Quindi merita la nostra massima attenzione, che deve essere sempre più grande di quella che riserviamo ai problemi.

Secondo te, cosa si aspetta il mondo di oggi dalla Risurrezione?

Forse il mondo di oggi, accecato dalle luci della falsa gloria, non ha bisogno che la Risurrezione sia ridotta a una bandiera di vittoria annunciata dai tetti delle chiese che, in una parte considerevole del mondo, sono notevolmente vuote. Ma forse ha bisogno che la Risurrezione rimanga una speranza viva come la brace sotto la cenere: forse non fa luce in concorrenza con quella falsa, non scalda subito come la tecnologia meccanica, ma riscalda prudentemente la terra, ogni giorno, come il sole dell’alba e resta una brace viva perché se qualcuno avesse bisogno di soffiare, saprebbe di poter riaccendere il fuoco in tutto ciò che accade nella propria vita e quindi di poter risorgere. Ecco, questa brace è stata affidata alla Chiesa del Cristo – risorto.

 

Pregare, come fa un sacerdote: sembra qualcosa di impossibile, o immaginiamo i sacerdoti come “delle creature aliene”, al di sopra. Ma sono uomini come noi. Per questo, a conclusione di questa intervista, abbiamo chiesto a Don Charbel proprio questo: come pregare a Pasqua.

Qual è la preghiera personale che rivolgi al Cristo – risorto?

O Cristo – risorto, non ti cerco nel fragore dei cieli spalancati, né nel tremore delle pietre rotolate via. Ti cerco nel respiro che ritorna dopo una notte di pensieri senza alba, nel battito che insiste quando tutto sembra spento e finito.

Signore, fa’ che io non nasconda le mie ferite, ma le trasformi come finestre da cui possa entrare la Tua luce. E quando sotto la Tua luce vedo le ombre, non toglierle dal mio cammino, ma attraversale con me. Fammi capire che sei risorto, non come memoria lontana ma come fuoco che cammina accanto, che disarma in me la paura di ricominciare. E quando mi arrendo alle mie piccole morti quotidiane, ricordami che la pietra del Tuo sepolcro non è l’ultima parola.

Pregare come un sacerdote
A Pasqua, impariamo a pregare seguendo i sacerdoti – www.medjugorje.it

Quando mi chiudo nel sepolcro delle abitudini della vita quotidiana e divento incapace di riconoscerTi vivo e presente, chiamami per nome come hai fatto con Maria, nel giardino, all’alba, e risvegliami. Rendimi capace di riconoscerTi mio Signore e mio Dio quando come Pietro Ti scambio per un semplice mendicante.

E se un giorno la mia speranza vacilla, insegnami che le mie crepe non sono condanna, ma passaggi segreti dove può filtrare il Tuo Amore eterno. Ricordami che la Risurrezione non consuma il male del mondo, ma trasfigura la mia carne, la mia storia, il mio cuore, come l’aurora che non consuma la notte ma la attraversa e illumina la mia strada. Come Tu stesso non hai cancellato il Venerdì, ma lo hai attraversato fino alla Domenica. Non hai negato il buio del Sepolcro, ma lo hai incendiato dall’interno.

Signore Gesù, metti nel mio petto un cuore pasquale: capace di restare quando tutto invita alla fuga, capace di credere quando la logica suggerisce resa, capace di amare anche quando la passione sembra spegnersi e quando l’amore costa morire a sé. E se devo attraversare ancora notti lunghe, fa’ che non tema il silenzio del sepolcro perché so che Tu vi sei entrato prima di me.

Fa’ che attenda l’ora nascosta in cui la pietra trema e la vita respira di nuovo, e diventa non più un dovere ma una scelta libera e risorta. Amen.