Medjugorje, un sacerdote chiarisce: videogiochi e fede non sono incompatibili

Una madre chiede se i videogiochi possono allontanare un figlio dalla fede. Non è una domanda rara Una madre chiede se i videogiochi possono allontanare un figlio dalla fede. Non è una domanda rara
Fra Josip Stanic
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Una madre chiede se i videogiochi possono allontanare un figlio dalla fede. Non è una domanda rara. Succede spesso, soprattutto quando entrano in casa contenuti come Pokémon, magliette, giochi, cartoni. Il dubbio è sempre lo stesso: cosa resta dentro un bambino?

Quando il problema non è il gioco in sé

A rispondere è Fra Josip Stanić, che vive e lavora a Medjugorje. Il punto da cui parte è semplice, ma non sempre scontato. Non tutto ciò che è moderno o diffuso tra i bambini è automaticamente pericoloso. Serve guardare il contenuto. Non basta il nome, non basta quello che si dice in giro. Alcuni giudizi nascono da paura o da informazioni parziali. Altri, invece, colgono qualcosa di reale. Il problema è distinguere. Nel caso dei Pokémon, negli anni si sono accumulate opinioni opposte. C’è chi li considera innocui, chi li vede come un rischio. Fra Josip non prende una posizione ideologica. Riporta tutto a un criterio concreto: cosa propone davvero quel gioco? Se non spinge alla violenza come obiettivo, se non introduce messaggi distorti sulla persona o sulla sessualità, allora non c’è un motivo immediato per rifiutarlo. Non si tratta di difendere i videogiochi. Si tratta di non attribuire automaticamente un male dove non appare.

Il rischio si sposta sull’uso

Il discorso cambia quando si guarda a come il bambino usa quel gioco. Qui il confine si fa più sottile. Anche qualcosa di neutro può diventare un problema. Fra Josip lo dice senza girarci intorno. Il male non entra sempre da ciò che è chiaramente sbagliato. A volte passa attraverso ciò che sembra normale. Non perché l’oggetto sia cattivo, ma perché prende troppo spazio. Un bambino che si chiude nel gioco, che perde il senso del tempo, che si irrita quando gli viene tolto, sta già vivendo qualcosa che non è più semplice svago. Non è ancora una questione “spirituale” nel senso stretto, ma ci si avvicina. Perché la libertà si gioca lì. Nelle piccole abitudini. In quello che si ripete ogni giorno.

Viene citato spesso Carlo Acutis. Anche lui giocava ai videogiochi. Non li ha rifiutati. Ma li teneva al loro posto. Un’ora alla settimana. Non di più
San Carlo Acutis

Un esempio concreto, senza idealizzazioni

Viene citato spesso Carlo Acutis. Anche lui giocava ai videogiochi. Non li ha rifiutati. Ma li teneva al loro posto. Un’ora alla settimana. Non di più. Non è una regola valida per tutti. Non è un modello da copiare alla lettera. Però fa vedere una cosa chiara: il gioco non lo dominava. Questo cambia la prospettiva. Non si tratta solo di scegliere cosa permettere o vietare. Si tratta di capire se quel contenuto resta un passatempo o diventa qualcosa che occupa tutto.

Cosa resta nella vita quotidiana

Una madre, alla fine, guarda a ciò che vede in casa. Il comportamento del figlio. Il modo in cui reagisce. Le parole che usa. Il tempo che dedica ad altro. Non sempre è facile capire dove sta il limite. Alcuni segnali sono evidenti, altri meno. E non esiste una risposta uguale per tutti. La domanda sull’eventuale “influenza negativa” resta aperta, ma cambia forma. Non riguarda solo il contenuto in sé. Riguarda la relazione che il bambino costruisce con ciò che usa. A volte il problema non è il videogioco. È lo spazio che prende. Altre volte, invece, qualcosa nel contenuto merita davvero attenzione.