Cinque nomi, molto diversi tra loro. Alcuni lontani nel tempo, altri quasi contemporanei. Eppure messi insieme per accompagnare milioni di ragazzi verso un appuntamento che, per molti, segna davvero qualcosa.
Chi sono i santi scelti e cosa raccontano davvero
Per la Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027 non si è andati su figure “facili”. C’è Giovanni Paolo II, che quella Gmg l’ha inventata, ma c’è anche chi ha vissuto situazioni molto più dure, lontane dall’Europa e dalle sue certezze.
Andrea Kim Taegon, per esempio, è morto giovane, in un Paese dove essere cristiani significava esporsi alla persecuzione. Non è una storia lontana solo nel tempo. In alcune parti del mondo succede ancora.
Poi Francesca Saverio Cabrini, che ha passato la vita tra migranti e poveri. Non per teoria, ma perché li incontrava ogni giorno. E Giuseppina Bakhita, che porta dentro una storia difficile da immaginare fino in fondo: schiavitù, violenza, poi una fede che nasce lì, dentro quella ferita.
Infine Carlo Acutis. Il più vicino, almeno per età. Internet, scuola, amicizie. Una vita normale, se si guarda da fuori. E proprio per questo crea una certa inquietudine: se è possibile per lui, allora non è più qualcosa di distante.
Una scelta che non è neutra
I temi della Gmg saranno verità, amore e pace. Parole grandi. Forse anche un po’ consumate, a sentirle così. Ma quando le si accosta a queste vite, cambiano tono. La verità, per chi è stato perseguitato, non è un concetto. È qualcosa per cui si rischia tutto. L’amore, per chi ha lavorato tra i migranti o ha conosciuto la schiavitù, non è sentimento. È stare accanto, spesso senza garanzie. La pace, vista da chi ha attraversato violenza e ingiustizia, non è assenza di conflitto. È una conquista fragile. Si capisce che la scelta non è casuale. Non si tratta di offrire esempi perfetti, ma di mettere davanti ai giovani storie che a volte spiazzano.

Cosa cambia per chi guarda da casa
Non tutti andranno a Seul. Anzi, la maggior parte seguirà da lontano. Ma queste figure iniziano già a circolare, nei gruppi parrocchiali, nei social, nelle conversazioni tra ragazzi. C’è chi si riconosce in Acutis, perché vive le stesse giornate fatte di scuola e telefono. C’è chi resta colpito da Bakhita, perché parla di libertà in un modo che non si sente spesso. Qualcuno si ferma su Cabrini, pensando ai volti che incontra ogni giorno nelle città europee, sempre più miste, a volte difficili da capire. Non tutti si sentiranno rappresentati. Qualcuno resterà indifferente. Succede.
Il tentativo di parlare ai giovani oggi
Dietro questa scelta c’è anche un altro elemento. Il modo in cui si prova a raccontare questi santi. Non solo con biografie o catechesi, ma con strumenti più vicini ai ragazzi. Questionari, contenuti digitali, una specie di “profilo” che ti avvicina a uno di loro.
Intanto, gruppi di giovani stanno già lavorando su preghiere e simboli legati a questi nomi. Non è solo organizzazione. È un modo per entrare in contatto con storie che, almeno all’inizio, sembrano lontane.