San Nicola a Bari non è soltanto una festa religiosa. Per molti baresi è il momento dell’anno in cui la città si riconosce, si guarda dentro, si misura con quello che è diventata. Il 9 maggio non ricorda la nascita del santo né la sua morte. Ricorda un viaggio rischioso compiuto quasi mille anni fa e l’arrivo di quelle reliquie che cambiarono per sempre il destino della città.
Perché San Nicola a Bari si festeggia a maggio
Nel resto del mondo cattolico San Nicola si celebra il 6 dicembre, giorno della sua memoria liturgica. A Bari, invece, il momento più sentito arriva il 9 maggio. È la data che ricorda l’arrivo delle reliquie del santo nel porto della città nel 1087. Per i baresi quella giornata non è mai stata una semplice ricorrenza religiosa. È memoria collettiva, appartenenza, identità popolare. Anche chi frequenta poco la chiesa spesso sente che quei giorni hanno un peso diverso rispetto al resto dell’anno.
Il viaggio dei 62 marinai verso Myra
Tutto iniziò quando 62 marinai partirono da Bari diretti a Myra, nell’attuale Turchia meridionale. L’obiettivo era riportare in città le reliquie di San Nicola, già venerato in tutto il mondo cristiano. Dietro quella spedizione non c’era soltanto la devozione. In quel periodo le grandi città marinare si contendevano commerci e influenza nel Mediterraneo. Bari e Venezia erano rivali dirette. Possedere le reliquie di un santo così amato significava acquisire prestigio religioso e politico. I baresi arrivarono prima dei veneziani. Presero le reliquie e le portarono via mare fino in Puglia. Quel viaggio cambiò il destino della città.
La nascita della Basilica di San Nicola
Secondo la tradizione, i buoi che trasportavano il carico si fermarono nel punto dove le reliquie vennero custodite inizialmente. Poco dopo si decise di costruire una nuova chiesa dedicata al santo. Da quella scelta nacque la Basilica di San Nicola, diventata nei secoli uno dei luoghi più conosciuti della fede cristiana nel Sud Italia. Ancora oggi migliaia di pellegrini scendono nella cripta in silenzio, davanti alla tomba del santo.
Il corteo storico e la processione in mare
La festa nicolaiana mescola fede e tradizione popolare in modo difficile da separare. Il corteo storico attraversa la città con figuranti in abiti medievali, cavalli, bandiere e tamburi che ricordano l’arrivo dei marinai nel porto. Poi arriva uno dei momenti più attesi: la processione in mare. L’effigie del santo viene accompagnata sulle barche davanti al lungomare, mentre migliaia di persone restano ferme ad aspettare il passaggio della caravella. C’è chi segue tutto pregando. Chi guarda in silenzio. Chi torna ogni anno quasi per abitudine familiare. In certe famiglie baresi la festa di San Nicola si tramanda come una cosa che non si discute nemmeno.

Il legame con i cristiani ortodossi
San Nicola è uno dei santi più venerati anche nel mondo ortodosso. Per questo Bari, durante la festa, accoglie pellegrini provenienti dalla Russia, dalla Serbia, dalla Grecia e da molti Paesi dell’Est Europa. Dentro la Basilica si sentono lingue diverse, modi diversi di pregare, segni della croce fatti in modo differente. Eppure davanti alla tomba del santo le distanze sembrano accorciarsi. Non capita spesso, oggi, vedere cattolici e ortodossi condividere uno spazio di devozione così concreto e quotidiano.
Le sparatorie che hanno segnato la vigilia della festa
Quest’anno la festa è arrivata dopo giorni di forte tensione. Alcune sparatorie tra clan hanno riportato paura in diversi quartieri della città. L’arcivescovo di Bari-Bitonto, Giuseppe Satriano, ha deciso di affrontare apertamente il problema durante il messaggio rivolto alla città. Ha parlato di una Bari che rischia di abituarsi alla violenza. Di una criminalità che non vive soltanto nelle armi, ma anche nel silenzio, nei compromessi, nella rassegnazione quotidiana. Parole dure, pronunciate proprio mentre la città si preparava alla festa del suo patrono.
Il richiamo ai giovani e alle famiglie
Uno dei passaggi più forti del discorso dell’arcivescovo ha riguardato i ragazzi. Satriano ha parlato di giovani lasciati soli, attratti da guadagni facili e modelli aggressivi. In molti quartieri il problema non è lontano dalla vita quotidiana. Ci sono adolescenti che cercano appartenenza e finiscono dentro dinamiche violente quasi senza rendersene conto.
Per questo l’arcivescovo ha insistito sul ruolo delle famiglie, della scuola, della Chiesa e delle associazioni. Non come slogan, ma come presenza concreta nei quartieri dove spesso cresce il disagio.