“Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”: la preghiera più breve e più trinitaria del cristianesimo, con radici nella tradizione ebraica
La solennità della Santissima Trinità, celebrata domenica 31 maggio, offre l’occasione di riscoprire una preghiera brevissima che affonda le radici nella tradizione ebraica e che rende onore al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo in un solo gesto. Chi frequenta i monasteri conosce bene quella pausa quasi atletica che i monaci compiono al termine di ogni salmo: si alzano e recitano il Gloria al Padre. Un gesto che, a chi non è abituato, può sembrare quasi automatico. Non lo è per niente. Questa usanza di recitarlo al termine dei salmi è attestata già alla fine del IV secolo, dapprima in Provenza, prima di entrare in tutte le regole monastiche latine — fino a oggi, compresa la Liturgia delle Ore di sacerdoti, diaconi e laici che la pregano.
Una dossologia che chiude ogni salmo
In latino si chiama Gloria Patri, ed è tecnicamente una “dossologia”: dal greco, una “parola di gloria” rivolta a Dio nelle sue tre Persone. Il padre Guy-Georges Martimort, storico della liturgia, la descrive nella sua opera Église en prièrecome una formula che si è diffusa progressivamente in tutto il monachesimo latino. La Presentazione generale della Liturgia delle Ore spiega che essa porta alla preghiera dell’Antico Testamento — i salmi — «un senso laudativo, cristologico e trinitario». In altre parole, è il modo con cui la Chiesa ha scelto di ricondurre ogni salmo ebraico al Padre rivelato in Gesù e comunicato nello Spirito.
Le stesse parole alla fine di ogni decina del rosario
La stessa formula viene recitata anche al termine di ogni decina del rosario, come conclusione. È una presenza quasi discreta, che si inserisce nel ritmo della preghiera senza pesare. Eppure contiene tutto: l’adorazione, il riconoscimento della gloria divina, il riferimento al tempo — «come era nel principio, e ora e sempre, nei secoli dei secoli». L’usanza è anche di recitare il Gloria al Padre all’inizio degli uffici liturgici, ma vale anche per sé stesso, con il vantaggio della concisione.

Pregare la Trinità nel corso della giornata
Potrebbe essere utile diffondere maggiormente questa preghiera nel corso della giornata, per ricondurre attività e incontri a Dio. Non come abitudine devozionale automatica, ma come atto consapevole. In occasione della solennità della Santissima Trinità, questa breve preghiera offre una maniera semplice per riscoprire il mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e onorarlo nel fluire della giornata. La sua forza sta proprio nella misura: non chiede nulla, non esprime un bisogno. Dice solo che a Dio appartiene la gloria.
Il “peso” di Dio: il significato della parola gloria
Queste poche parole sono, nella sostanza, l’essenza stessa della preghiera di adorazione, già presente nella tradizione ebraica. In ebraico, “gloria” — kavod — significa letteralmente “peso”: il valore, la consistenza, ciò che ha sostanza vera. Ricordano l’origine e il fine di ogni cosa e dicono, senza attendere nulla in cambio, che a Dio appartiene questo “peso”, questa valenza. È a lui che le creature devono rendere grazie. Una parola di poche sillabe, dunque, che porta con sé qualcosa di molto antico e di molto preciso: la creatura che riconosce di non essere la misura di se stessa.