Michal Libant, che per 20 anni ha lavorato nel carcere di Leopoldov, ha raccontato al Mladifest la nascita della comunità Dismas tra i detenuti.
Michal Libant, arrivato dalla Slovacchia, ha lavorato per 20 anni nel carcere di Leopoldov, il penitenziario a regime più severo del Paese. Al 37° Mladifest ha portato la sua testimonianza davanti ai giovani riuniti a Medjugorje, raccontando come sia nata, dietro quelle mura, la comunità Dismas. Sposato con Mirka da 23 anni, padre di cinque figli, Michal ha raccontato di aver sentito parlare di Medjugorje per la prima volta a 32 anni, quando una zia gli portò un DVD sulle apparizioni e gli chiese la promessa di guardarlo. Lui accettò senza sapere che il video durava due ore. Da allora la sua storia si è intrecciata con quella di centinaia di detenuti incontrati nei penitenziari slovacchi.
Il DVD che ha cambiato la vita di Michal Libant
Guardando quel filmato su Medjugorje, Michal si è chiesto: “E se tutto questo fosse vero?”. Da quel momento, ha raccontato, sente di essere stato preso per mano dalla Madonna, che ha iniziato a trasformare la sua esistenza. Poco dopo ha portato un gruppo musicale dentro il carcere per condividere con i detenuti quanto aveva vissuto. È stato l’inizio di un cammino che lo ha portato a incontrare, dietro le sbarre di Leopoldov, alcuni prigionieri che pregavano il rosario o leggevano le Scritture, e a interrogarsi su cosa fare con loro.
Nasce la comunità Dismas nel carcere
Il gruppo è cresciuto rapidamente: prima due detenuti, poi un terzo, fino a raggiungere 20 prigionieri, che hanno chiesto a Michal un nome capace di unirli. Dopo due mesi, durante una serata di musica in cella, uno di loro ha proposto il nome Dismas, il nome del buon ladrone, oggi comunità che conta oltre 5.000 membri. Michal ha spiegato che il tasso di recidiva in Slovacchia e Repubblica Ceca sfiora il 70%, e che secondo i dati della comunità in carcere dovrebbero trovarsi 1.200 dei suoi membri: ce ne sono invece soltanto 46. Da 11 anni, ogni sera, i membri di Dismas pregano insieme, spesso invitando qualcuno all’esterno a unirsi per un’ora.

La storia della madre e il perdono
Tra gli episodi raccontati da Michal, uno riguarda un membro della comunità: dopo aver contattato la madre e averle chiesto di pregare insieme per un’ora ogni sabato, lei rispose in lacrime, dicendo che pregava da sempre perché il figlio le rivolgesse quella richiesta, e che presto sarebbe andata in ospedale. Due settimane dopo, aprendo la posta dei detenuti come faceva ogni giorno, Michal trovò una lettera della sorella dell’uomo: la madre era morta. Glielo comunicò al telefono, tra le lacrime di entrambi. Ma il detenuto, una volta calmato, disse di essere felice, perché la preghiera della madre era stata esaudita e ora poteva pregare per lei, per la moglie e per i figli.
Lettere che diventano famiglia
Nella sua testimonianza, Michal ha ricordato le lettere spedite in altri carceri, spesso l’unico contatto ricevuto dopo anni di isolamento. Un detenuto, dopo quindici anni senza notizie da nessuno, gli scrisse che “voi siete la mia famiglia, perché tutti si sono dimenticati di me”. Un altro, privo di legami da 25 anni, rispose con una lettera di 81 pagine. Michal ha invitato i giovani presenti a diventare “angeli”, pregando anche solo tre secondi al giorno per un detenuto, scrivendo alla comunità per ricevere un nome per cui pregare. Da 11 anni visita ogni giorno carceri e festival come il Mladifest: la comunità Dismas, ha detto, è la più grande d’Europa nel suo genere, pur restando quasi sconosciuta, e spedisce ogni mese 1.300 lettere scritte a mano e 20mila pagine stampate, per un costo di circa 5.000 euro al mese.