La morte di San Francesco d’Assisi nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226: disteso sulla nuda terra della Porziuncola, accolse sorella Morte cantando.
Da quando ricevette le stigmate sul monte della Verna, nel settembre 1224, Francesco era diventato preghiera fatta uomo. Il suo corpo portava i segni del Cristo crocifisso. Gli anni che precedono la morte di San Francesco d’Assisi sono quelli di un uomo sfinito dalla malattia, quasi cieco, ma con l’anima tesa verso Dio. Stanco e sofferente, torna ad Assisi e si ritira per qualche tempo a San Damiano. È lì, quasi privo della vista, che verso il 1225 compone il celebre Cantico delle creature. Loda Dio per il sole, la luna e le stelle, per il vento, l’acqua, il fuoco e la terra. Ogni creatura diventa per lui un riflesso della bontà del Creatore. Francesco non guarda al mondo come a una realtà separata da Dio: ovunque ne riconosce la presenza e la bellezza. In quel grande corteo di lodi, però, manca ancora qualcosa. Manca la morte.
L’ultima strofa dedicata a sorella Morte
Le sofferenze di Francesco aumentano e lui sa che la fine è vicina. Eppure, al termine di una vita interamente donata a Cristo, compie un ultimo gesto sorprendente: fare della propria morte una lode a Dio. Aggiunge così al Cantico una strofa finale, dedicata a quella che ormai chiama «sorella nostra Morte corporale». E quando arriverà il momento di morire, metterà in pratica ciò che ha cantato.
La morte di San Francesco d’Assisi sulla nuda terra della Porziuncola
Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, alla Porziuncola, Francesco sa che la sua ora è vicina. Come per celebrare un’ultima liturgia, chiede di essere deposto «nudo sulla nuda terra». Non vuole morire nella ricchezza, né circondato da segni di potere. Vuole morire povero, come aveva scelto di vivere a ventiquattro anni, quando rispose alla chiamata del Crocifisso spogliandosi delle vesti e rinunciando all’eredità e ai beni del padre. Fino all’ultimo respiro resta fedele a Cristo e a Madonna Povertà. Attorno a lui si radunano i frati. Francesco chiede che si canti: la sua morte non sarà un silenzio, ma una preghiera. I confratelli intonano il salmo 141, che si apre con il grido «A piena voce grido al Signore», mentre lui, disteso a terra, si prepara all’ultimo passaggio.

Il perdono ai frati e il canto del Cantico delle creature
In lacrime, uno dei frati gli si avvicina e gli chiede perdono. Gli altri lo imitano, e Francesco perdona e benedice ciascuno. Chi aveva iniziato da solo il suo cammino evangelico non muore solo: accanto a lui c’è quella fraternità che aveva voluto povera, gioiosa e rivolta a Cristo. Poi torna il canto. I frati intonano il Cantico delle creature e, giunti all’ultima strofa, Francesco ascolta le parole che in quell’istante gli parlano più di tutte le altre:
«Lodato si’, mio Signore, per la nostra sorella Morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente pò sfuggire: guai a coloro che muoiono in peccato mortale; beati coloro che essa sorprenderà nella Tua santissima volontà, poiché la seconda morte non può nuocere loro».
La lavanda dei piedi e l’ultimo respiro a 44 anni
Non cerca più di fuggire quella che chiamava sorella. La accoglie, e ascolta il Vangelo della lavanda dei piedi proclamato davanti a lui: il Cristo in ginocchio davanti ai discepoli, il Maestro diventato servo. Poi viene cosparso di cenere, in segno di penitenza. Intanto continuano ad arrivare visitatori. Alcuni vogliono vedere il santo ancora una volta, altri vengono semplicemente a restargli vicino. Nella piccola capanna della Porziuncola si avvicina l’ora della separazione. Con un ultimo respiro diventato preghiera, Francesco consegna l’anima nelle mani di Dio. Lascia questo mondo a 44 anni, circondato dai suoi frati e fedele fino in fondo a quella povertà che non aveva mai smesso di amare.
Quella notte alla Porziuncola è entrata anche nella storia dell’arte: Giotto l’ha raffigurata nella sua Morte di San Francesco.