Fra Josip Stanić, vicario di Medjugorje, spiega le origini storiche della comunione sulla mano e come riceverla correttamente, rispondendo a chi la considera una mancanza di rispetto.
La domanda arriva da un fedele che si dice turbato nel vedere altri ricevere la comunione sulla mano. A rispondere è fra Josip Stanić, sacerdote della Provincia francescana dell’Erzegovina e vicario parrocchiale di Medjugorje. La sua risposta non lascia spazio a equivoci: entrambe le forme di ricezione — sulla mano e sulla bocca — sono permesse dalla Chiesa. Ma il sacerdote va oltre, e offre una prospettiva storica che ribalta alcune convinzioni diffuse tra i fedeli.
Una pratica antica, non una novità moderna
Chi pensa che la comunione sulla mano sia un’invenzione recente o un segno di superficialità si trova di fronte a un dato storico preciso. Fino al IX secolo, ricevere la comunione sulla mano era l’unica forma esistente. Non c’erano ancora le ostie nella forma attuale: si usava pane eucaristico. I Padri della Chiesa arrivarono a descrivere le mani tese per ricevere come un trono per il Re. E le stesse parole di Gesù nell’Ultima Cena — «prendete e mangiate» — rimandano a questo gesto.
Come cambiò la prassi dall’XI secolo in poi
A partire dall’XI secolo, con l’introduzione delle ostie simili a quelle odierne, cambiò anche la spiritualità eucaristica. I fedeli cominciarono a ricevere la comunione sempre meno frequentemente. Si affermò una pietà centrata sull’indegnità dell’uomo di fronte all’Eucaristia: la comunione in ginocchio, poi sulla bocca, divennero le forme prevalenti. Fra Josip non giudica questa evoluzione, ma la inquadra come espressione di un preciso orientamento spirituale che ha dominato per secoli, arrivando fino a noi.

Il gesto corretto per ricevere sulla mano
Fra Josip spiega nel dettaglio come ricevere la comunione sulla mano in modo degno. Chi è destrimano deve estendere il palmo della mano sinistra e posizionare la destra sotto di essa. Quando il sacerdote depone l’ostia, la si prende con la mano destra e la si consuma subito, davanti al sacerdote, senza mai allontanarsi prima. È necessario controllare che nessuna particella dell’ostia rimanga sulla mano: anche quella va consumata. Il sacerdote ricorda che quando viene pronunciato «Il Corpo di Cristo» si afferma la presenza reale del Signore, e la risposta «Amen» è un atto di fede consapevole. Condizione sempre valida: trovarsi in stato di grazia, senza peccati gravi.
La dimensione comunitaria spesso dimenticata
Fra Josip tocca infine un punto che va oltre la gestualità. La comunione eucaristica, dice, ha una dimensione comunitaria che spesso viene trascurata. La Sacra Scrittura lo afferma chiaramente: pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo. Il rischio, avverte il sacerdote, è ridurre l’Eucaristia a un momento puramente individuale. Inginocchiarsi in mezzo alla folla per ricevere la comunione e rimanere lì fermi e chiusi in sé stessi, mentre si impedisce agli altri di avvicinarsi al sacerdote. «La mia comunione», dice fra Josip, «dovrebbe fare spazio all’altro». Ricevere Gesù, conclude, dovrebbe aprire gli occhi verso chi ci sta accanto, non chiuderli.