Fratel Biagio Conte è morto da tre anni e adesso, la città di Palermo ha deciso di dedicargli una strada per rendergli omaggio.
Era un eremita urbano molto amato: fratel Biagio Conte è morto il 12 gennaio 2023 all’età di 59 anni a Palermo, la città in cui viveva e la stessa, adesso, vuol rendergli omaggio ed esprimere il suo affetto e riconoscimento con un’iniziativa commemorativa. L’idea è infatti quella di intitolare a lui una strada della città.
Ha trascorso la vita in modo del tutto particolare, per molti era un santo, per altri un tipo bizzarro, certamente fratel Biagio è riuscito a colpire e destare l’attenzione dei più. Non era un frate, non apparteneva a nessun ordine religioso, ma si faceva chiamare “fratello” e si vestiva come un francescano. Il suo modello era, infatti, san Francesco d’Assisi e a lui cercava di ispirarsi ponendosi come un poverello contemporaneo.
Palermo dedica una strada a fratel Biagio Conte a tre anni dalla sua morte
Aveva fondato quella che chiamava Missione Speranza e Carità, svolgeva dei pellegrinaggi in giro per l’Italia e il mondo che definiva penitenziali. Il suo intento era sempre a sfondo sociale: voleva scuotere le coscienze sul tema dell’accoglienza dei migranti e dei poveri e dire no alla politica dei muri.
La sua Missione,che oggi è strutturata e ha più sedi, consisteva nell’accoglienza di clochard e persone emarginate dalla società. Attualmente continua ad offrire sostegno e ristoro ed è guidata da don Pino Vitrano, che ne è il cofondatore e amico di fratel Biagio, tanto da averlo accompagnato in vari viaggi.

Con gli occhi azzurri e la lunga barba bianca, vestito di un saio e indossando spesso il cappuccio, la sua figura era suggestiva e colpiva l’attenzione. Lo si vedeva camminare a piedi per chilometri, spesso ha destato scalpore e ha richiamato l’interessa dei media per i suoi scioperi della fame. Il suo intento era protestare e sensibilizzare su temi di attualità sempre legati alla povertà e all’immigrazione.
I lunghi viaggi e lo stile francescano
Ha percorso in lungo e in largo vaste zone d’Italia e d’Europa. Si definiva “un piccolo servo inutile“, affermava di aver trovato la libertà quando si è spogliato di tutto e cercando di imitare san Francesco ha compiuto la scelta eclatante di vivere nell’assoluta povertà.
Nei suoi viaggi penitenziali portava con sé semplici calzari, un bastone, due cartelli e un bagaglio che conteneva solo l’essenziale ovvero dentifricio, poca biancheria, un sacco a pelo, una stuoia, il Vangelo. Mangiava solo una volta al giorno, la sera perché proprio per far penitenza. Ogni giorno percorreva circa venticinque chilometri. Non aveva né il cellulare né l’orologio, chiedeva ospitalità e a chi lo ospitava porgeva un ramoscello d’ulivo simbolo di pace e in segno di riconoscenza.
Affermava di essere assistito dalla Provvidenza e certamente lo era. La sua era un’idea di fratellanza universale che portava davanti ai Parlamenti, volendo in questo modo suscitare attenzione. In un’intervista una volta raccontò ciò da cui si evince il suo pensiero: “Non volevo essere più responsabile di questa società egoista e indifferente. Quando ho visto che il divario tra chi ha troppo e chi nulla era così grande ho detto basta. I miei amici non mi hanno capito. Sono andati dai miei genitori e hanno detto: “Curatelo perché ha la depressione”. Risposi: “Curate questa società malata e guarirò anch’io”.