Negli ultimi anni ci sono stati diversi casi di preti molto attivi sui social che hanno lasciato il sacerdozio. Cosa sta accadendo davvero?
Gli ultimi anni hanno visto aprirsi nuovi scenari all’interno della Chiesa cattolica, con alcuni sacerdoti molto apprezzati e seguiti sui social che hanno scelto di lasciare il ministero. È d’obbligo, in questo contesto, una riflessione più ampia, che coinvolge il rapporto tra ministero sacerdotale e visibilità social.
L’ultimo caso di sacerdote che ha lasciato il ministero è quello di don Alberto Ravagnani, 32 anni, che poco tempo fa lo ha annunciato ai suoi centinaia di migliaia di follower sui social. Il giovane aveva un ottimo approccio sui social con i giovani, ha diffuso per molto tempo contenuti religiosi, ed era vicario parrocchiale a San Gottardo, oltre a collaborare con la pastorale giovanile dell’arcidiocesi di Milano.
Nonostante ciò il suo operato online ha anche ricevuto critiche, per via di collaborazioni con marchi commerciali. La sua è una scelta (in cui è tuttavia giusto non entrare nel merito, poiché resta comunque personale, ndr) che si aggiunge ad altri casi similari come quello di Padre Sam, Suor Cristina ecc., che mostrano come la forte esposizione a livello mediatico e la vocazione possano non essere propriamente un match.
Abbandono del sacerdozio, il parere di Padre Ignacio Amoros:«C’è un problema di fondo che va oltre quello dei social»
In un’intervista rilasciata ad ACI Prensa, Padre Ignacio Amoros ha detto la sua in merito a quanto sta accadendo nella Chiesa, in merito al suddetto tema.

Il sacerdote ha chiarito che lasciare il ministero sacerdotale non succede solo ai preti molto attivi sui social, in quanto «sono molti quelli che, purtroppo, abbandonano il sacerdozio nei primi anni del loro ministero». Non solo, perché in realtà, a detta del sacerdote, ci sarebbe un problema più ampio che va al di là della questione digitale.
Amoros ha spiegato che a influenzare tali scelte sono anche «la secolarizzazione, la situazione della Chiesa nel mondo in questo cambiamento epocale, la solitudine dei sacerdoti e i cambiamenti nei metodi di evangelizzazione».
Si tratta di aspetti che incidono, in quanto rappresentano «sia una sfida che un’opportunità, ma possono anche causare invidia e un senso di solitudine, soprattutto tra i giovani sacerdoti» e molti di questi ultimi «hanno la sensazione di dedicare i propri sforzi alla gestione di un declino, anziché a qualcosa che li entusiasma. La posta in gioco è alta, quindi è importante non giudicare un sacerdote che ha iniziato con buone intenzioni».
Amoros ha anche aggiunto che la notizia di «un confratello che lascia il ministero» non può che rattristare sempre, poiché «siamo sacerdoti per l’eternità. Ma non lo sto giudicando; lo guardo con compassione, con misericordia, sapendo che siamo tutti vulnerabili, e gli auguro il meglio e prego per lui. Confido nei piani del Signore per lui».
Il sacerdote ha spiegato che a suo dire la Chiesa dovrebbe offrire maggior supporto concreto ai sacerdoti creando comunità di protezione. Inoltre, difenderli da attacchi esterni ma anche interiori come ego, vanità, orgoglio.
Padre Fernando Gallego, fondatore della Catholic Youth, ha aggiunto che i social non hanno nulla di negativo in sé ma devono essere usati con responsabilità.
Il pericolo in cui si incorrerebbe di più è la vanità che può snaturare un progetto che alla base era partito con le migliori intenzioni. In questo contesto è essenziale, per entrambi i sacerdoti intervistati, avere una vita interiore ben salda così da non farsi travolgere dalle logiche del successo.
Il fulcro del sacerdozio, spiega Gallego, restano ministero, sacramenti e predicazione. «Non dovremmo giudicare, perché non abbiamo tutti i fatti e non sappiamo cosa c’è nel cuore di Alberto o di chiunque altro abbia lasciato il ministero, ma penso che sia importante per un sacerdote sapere come mantenere il suo ruolo, prendersi cura della propria immagine di sacerdote, anche sui social media. Siamo rappresentanti di Gesù Cristo», ha chiosato.