Una ragazza chiede al Papa dov’era Dio quando il padre voleva uccidere sua madre

Alla veglia di Barcellona, davanti a oltre 40 mila giovani, Leone XIV risponde senza sconti su depressione, violenza sulle donne e idolatria del successo. Alla veglia di Barcellona, davanti a oltre 40 mila giovani, Leone XIV risponde senza sconti su depressione, violenza sulle donne e idolatria del successo.
Papa Leone XIV alla veglia con i giovani allo Stadio Olimpico di Barcellona
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Alla veglia di Barcellona, davanti a oltre 40 mila giovani, Leone XIV risponde senza sconti su depressione, violenza sulle donne e idolatria del successo.

Il 9 giugno 2026, allo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona, papa Leone XIV ha incontrato oltre 40 mila giovani per la veglia di preghiera. Prima di entrare nello stadio, aveva benedetto 33 ambulanze dirette in Ucraina. Ad accoglierlo, i castellers — le torri umane catalane riconosciute patrimonio immateriale dell’Unesco. Poi ha preso la parola e ha cominciato ad ascoltare. Perché la veglia di Barcellona non è stata un discorso. È stato un dialogo, spesso duro, con chi portava dentro di sé domande che non ammettono risposte facili.

L’inquietudine come dono, non come malattia

Un giovane appena battezzato ha raccontato la propria inquietudine in una società che, ha detto, «indica come unico obiettivo produrre, avere successo e curare la propria immagine». Il papa ha risposto senza attenuare il problema: quella inquietudine, ha spiegato, è un dono. «Siamo fatti su misura per l’infinito», ha detto, e ogni traguardo raggiunto spinge avanti, non ferma. Ha messo in fila i nemici di questa ricerca interiore: «l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori», definendoli «anestetici» che addormentano la coscienza. Chi impara a fermarsi, ha aggiunto, «sviluppa anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro». Ecco perché, ha concluso, l’inquietudine fa paura. Perché mette in moto qualcosa che il sistema preferirebbe tenere fermo.

Sul suicidio e la salute mentale

Un altro giovane ha raccontato di aver tentato il suicidio, di aver toccato un dolore «immenso e muto», e di chiedere come si fa ad avere fiducia in Dio «quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena». Leone XIV lo ha accolto senza retorica. Ha ricordato come nei Vangeli «a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita». Ha però alzato lo sguardo su un problema collettivo: «la salute mentale è sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate». Un segnale, ha detto, che qualcosa non funziona in un modello di crescita che «sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali». Ha chiesto esplicitamente un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo «malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani».

Ad accoglierlo, i castellers — le torri umane catalane riconosciute patrimonio immateriale dell'Unesco
I castellers, torri umane catalane, accolgono Papa Leone XIV allo stadio di Barcellona

Femminicidi, violenza e la domanda su Dio

Una ragazza ha chiesto dov’era Dio quando suo padre aveva tentato di uccidere sua madre, salvata da un ragazzo che ci aveva rimesso la vita. Il papa ha spostato la domanda: non su Dio, ma sull’uomo. Bisogna interrogarsi, ha detto, «su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri». Ha nominato direttamente i femminicidi, denunciando un «clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni», che «purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi». Ha respinto l’idea di delegare a Dio la soluzione: «Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità». La violenza, l’egoismo, l’odio in famiglia: sono questioni umane, e come tali vanno affrontate.

Il perdono come cammino, non come obbligo

L’ultima domanda era sul perdono. Un giovane ha detto di voler perdonare il padre violento, ma di non riuscirci. Leone XIV ha risposto che il perdono non è un interruttore. È un processo, «forse per tutta la vita». Non si tratta di tornare a come stavano le cose prima, né di ricostruire un rapporto «specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza». Significa chiedere al Signore di «allargare in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti», trasformare lentamente il risentimento in misericordia. «È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza», ha detto. E ha messo in guardia anche la Chiesa: non bisogna «spiritualizzare il dolore», ricondurlo frettolosamente alla volontà di Dio, perché questo «rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone».