Vangelo di oggi 10 febbraio: "Tra tradizione e comandamento"
Il brano del Vangelo di oggi mette in luce uno dei conflitti più forti tra Gesù e le autorità religiose del suo tempo.
Farisei e scribi non contestano un male evidente, ma una trasgressione formale: il mancato rispetto di pratiche rituali tramandate. Gesù coglie l’occasione per andare al cuore del problema, smascherando il rischio di una religiosità esteriore, scrupolosa nei gesti ma povera di conversione interiore. Le sue parole non rifiutano la tradizione in sé, ma richiamano con forza la priorità assoluta del comandamento di Dio e della verità del cuore.
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
L’osservazione dei farisei nasce da una visione della fede centrata sulla purezza rituale. Le abluzioni, radicate nella tradizione degli antichi, erano diventate un criterio per misurare la fedeltà a Dio. Gesù, però, sposta radicalmente il piano del discorso: non contesta la Legge, ma l’uso distorto che ne viene fatto quando le tradizioni umane prendono il posto della volontà divina.
Citando il profeta Isaia, Gesù denuncia un culto ridotto a parole e gesti: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). Il problema non è ciò che entra nell’uomo, ma ciò che esce dal suo cuore. La Scrittura è chiara: Dio guarda all’interiorità e chiede un’obbedienza che nasce dall’amore (cfr. Dt 6,5).
L’esempio del korbàn è particolarmente duro: una norma religiosa viene usata come scusa per sottrarsi al dovere di onorare i genitori, comandamento centrale del Decalogo (Es 20,12). In questo modo, la tradizione non solo non aiuta a vivere la volontà di Dio, ma la svuota di significato. Gesù mostra che una religiosità separata dalla carità diventa ipocrisia.
La tradizione della Chiesa insegna che la vera purezza nasce dal cuore trasformato dalla grazia, non dalla sola osservanza esteriore (CCC 1968). La fede autentica unisce verità, culto e vita. Senza questa unità, anche i gesti più sacri rischiano di diventare vuoti.
Questo Vangelo interpella ogni credente: siamo chiamati a vigilare perché la nostra pratica religiosa non diventi un rifugio che ci protegge dalla conversione, ma una via che ci conduce a Dio e ai fratelli.
Signore Gesù, purifica il mio cuore da ogni ipocrisia, liberami da una fede fatta solo di apparenze ed insegnami a vivere il Tuo Vangelo nella verità e nella carità, perché le mie parole, i miei gesti e le mie scelte siano sempre espressione di un cuore che Ti appartiene. Amen.