Una caduta nella cappella privata di casa, il 16 dicembre 2021. Un incidente banale, almeno all’inizio. Il ricovero per una lesione al tendine del quadricipite. Poi gli esami, fatti quasi per routine. Da lì emerge altro. Una leucemia mieloide acuta, in forma aggressiva. Per Riccardo Braglia è l’inizio di un passaggio che non aveva previsto.
Dall’azienda all’ospedale
Da anni guida una realtà importante nel settore farmaceutico, la Helsinn Healthcare, con sede a Lugano. Un lavoro costruito nel tempo, ereditato dal padre, portato avanti insieme ai figli. Abituato a decidere, a gestire, a tenere insieme responsabilità e persone. In pochi giorni tutto si ferma. La priorità diventa una sola. La diagnosi non lascia spazio a illusioni. Braglia conosce quella malattia, sa cosa comporta. Non ci sono stati segnali prima. Nessuna avvisaglia. Solo quella caduta, avvenuta proprio nella cappella dedicata alla Santissima Trinità.
Il tempo chiuso delle cure
Il ricovero avviene durante il periodo segnato dalle restrizioni per il Covid. Le visite sono limitate. La famiglia resta fuori. I contatti passano quasi solo dal telefono. Le giornate si ripetono. Terapie, controlli, attese. Il corpo cambia, si indebolisce. La mente non sempre segue. La paura si fa presente soprattutto nella sofferenza. Non tanto per sé, quanto per chi resta fuori. Il pensiero della moglie, dei figli. L’impossibilità di essere presente. In quel tempo torna una parola suggerita dal suo parroco: deserto. Non come immagine spirituale, ma come condizione concreta. Essere lì, senza appigli.
La preghiera dentro la prova
La fede non è nuova nella sua vita. Ma in ospedale prende un ritmo diverso. Più semplice, più diretto. Il Rosario diventa quotidiano. Ripetuto, anche quando la stanchezza è forte. Accanto a questo, un dialogo continuo con il Signore, senza formule particolari. Tra le tante ore trascorse in solitudine, arrivano anche segni inattesi. Una lettera di incoraggiamento di Papa Francesco. Piccoli momenti che interrompono la fatica. Manca però qualcosa che per lui resta centrale: l’Eucaristia. L’impossibilità di accostarsi ai sacramenti pesa, più di quanto immaginasse.

L’incontro con un’altra sofferenza
Nella stanza accanto c’è una ragazza di circa vent’anni. Stessa malattia. Orfana di madre. Nessuno che possa starle vicino. Un giorno i dolori si fanno più forti. Non ha il conforto della famiglia. Le regole dell’ospedale impediscono qualsiasi contatto diretto. Quella presenza cambia il modo di vivere la propria situazione. Il pensiero si sposta anche su di lei. La preghiera si allarga. Da lì nasce un lavoro interiore più ampio. Braglia racconta di aver preso in mano la propria storia, anche nei rapporti difficili. Ha fatto un elenco di persone verso le quali portava ancora un peso. Giorni dedicati a pregare e a pronunciare parole di perdono. Un passaggio durato settimane.
Il ritorno alla vita quotidiana
Dopo le cure, la vita riprende. L’azienda, la famiglia, gli impegni. Ma non nello stesso modo. In azienda resta un’impostazione che richiama esplicitamente un’etica cristiana. Senza imposizioni, ma visibile. Ogni anno una Messa per i defunti. Scelte concrete anche nei momenti difficili, come durante una ristrutturazione interna in cui decide di sostenere i dipendenti oltre quanto richiesto. Anche il rapporto con il lavoro cambia. Alcuni progetti vengono rifiutati. Non tutto viene accettato, anche se conveniente. Accanto a questo, l’impegno nella Fondazione Nuovo Fiore, soprattutto in Africa, tra scuole e iniziative legate alle comunità locali.
Uno sguardo che resta segnato
La malattia non viene spiegata fino in fondo. Rimane il dubbio su possibili cause, su predisposizioni familiari, su fattori scatenanti. Nessuna risposta definitiva. Quello che resta è un passaggio che ha inciso in profondità. Non qualcosa da raccontare soltanto, ma una linea che continua a attraversare le scelte e i rapporti. Non è più come prima.