“Lo smartphone sta prendendo il posto di Dio”: il duro allarme lanciato a Roma sull’intelligenza artificiale

la tecnologia non è più soltanto uno strumento che usiamo. Sta entrando nel modo in cui pensiamo, preghiamo, viviamo le relazioni e perfino nel modo in cui cerchiamo qualcosa di sacro. la tecnologia non è più soltanto uno strumento che usiamo. Sta entrando nel modo in cui pensiamo, preghiamo, viviamo le relazioni e perfino nel modo in cui cerchiamo qualcosa di sacro.
Smartphone e intelligenza artificiale
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Dentro la chiesa di Sant’Ignazio a Roma si è parlato di algoritmi, smartphone, intelligenza artificiale e religione. Non come temi separati. Il punto emerso durante l’incontro “Abitare a Babele” è proprio questo: la tecnologia non è più soltanto uno strumento che usiamo. Sta entrando nel modo in cui pensiamo, preghiamo, viviamo le relazioni e perfino nel modo in cui cerchiamo qualcosa di sacro.

Il dibattito è nato attorno al numero monografico della rivista Paradoxa, dedicato al rapporto tra esperienza religiosa e infosfera. Una parola che fino a pochi anni fa sembrava teorica e che oggi descrive la vita quotidiana di quasi tutti. Si vive immersi nelle notifiche, nei messaggi, nei feed continui. Anche la fede ormai passa spesso da uno schermo.

Quando la tecnologia assume un volto “religioso”

Uno degli interventi più netti è stato quello del filosofo Adriano Fabris. Ha detto una cosa che molti sperimentano senza accorgersene: crediamo di usare le tecnologie, ma molto spesso sono loro a usare noi. Non si riferiva soltanto alla dipendenza dagli smartphone. Il discorso era più profondo. Le tecnologie ci spingono lentamente a ragionare secondo criteri di velocità, prestazione, efficienza. Tutto deve essere immediato. Anche la comunicazione religiosa rischia di adattarsi a questa logica.

Il problema, secondo Fabris, nasce quando la fede comincia a inseguire gli stessi meccanismi dei social: messaggi brevi, emozioni rapide, bisogno continuo di visibilità. A quel punto cambia anche il modo di percepire Dio. Si cerca qualcosa che funzioni subito, che rassicuri subito, che produca effetti immediati. Dentro questo clima, perfino l’intelligenza artificiale può assumere una dimensione quasi sacra. Non perché le persone la adorino apertamente, ma perché iniziano a trattarla come una presenza capace di dare risposte, compagnia, orientamento, conforto.

Il rischio di una solitudine mascherata da connessione

Monsignor Fabio Fabene ha parlato soprattutto dei giovani. Ha raccontato episodi estremi, ragazzi chiusi nelle loro stanze che finiscono per dialogare soltanto con il cellulare. Ha citato anche casi drammatici di adolescenti spinti verso gesti distruttivi da rapporti malati costruiti attraverso dispositivi e chatbot. Il punto centrale del suo intervento era questo: il digitale crea relazioni, ma spesso relazioni fragili, isolate, controllate dagli algoritmi. E mentre dà l’illusione di essere sempre connessi, aumenta la solitudine reale.

Fabene ha definito tutto questo un “consumismo di disuguaglianze”. Chi riesce a gestire il digitale domina. Chi lo subisce resta schiacciato. Vale anche nella vita spirituale. Ci sono persone che finiscono per vivere una fede fatta soltanto di contenuti consumati online, senza più comunità, silenzio o esperienza concreta. La questione tocca direttamente molte famiglie cattoliche. Oggi i genitori si trovano davanti a figli cresciuti fin da piccoli dentro uno spazio digitale che loro stessi spesso comprendono poco. E infatti durante l’incontro si è parlato anche dei bambini esposti sui social sin dalla nascita.

Ha raccontato episodi estremi, ragazzi chiusi nelle loro stanze che finiscono per dialogare soltanto con il cellulare. Ha citato anche casi drammatici di adolescenti spinti verso gesti distruttivi da rapporti malati costruiti attraverso dispositivi e chatbot
Monsignor Fabio Fabene

La ricerca del sacro dentro gli algoritmi

Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, ha portato una riflessione ancora più inquieta. Ha detto che l’uomo continua comunque a cercare il sacro, anche in una società che sembra aver perso ogni riferimento religioso stabile. Solo che questa ricerca oggi rischia di spostarsi altrove. Nell’intelligenza artificiale, nella fiducia quasi assoluta verso il software, nella convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni fragilità umana. È una dinamica che si vede già nella vita quotidiana. Sempre più persone confidano ai chatbot paure, problemi affettivi, crisi interiori. Alcuni arrivano a instaurare con l’intelligenza artificiale un rapporto emotivo molto forte. Non semplicemente tecnico.

La sociologa Cecilia Costa ha descritto la società contemporanea come una realtà segnata dall’assenza: assenza di Dio, di memoria, perfino di identità personale stabile. In questo vuoto gli algoritmi acquistano un potere enorme.

La sensazione emersa durante il confronto romano non era quella di una condanna generica della tecnologia. Nessuno ha chiesto di “tornare indietro”. Però è apparso chiaro un timore condiviso: quando ogni spazio della vita passa attraverso uno schermo, anche il rapporto con Dio rischia lentamente di diventare qualcosa di virtuale, veloce, consumabile.