Papa Leone a Lampedusa denuncia le morti nel Mediterraneo e chiama l’Europa a politiche serie di accoglienza, sviluppo e lotta alla corruzione.
Papa Leone a Lampedusa ha aperto l’omelia della Messa celebrata il 4 luglio 2026 con parole durissime: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Davanti a quattromila fedeli riuniti in uno stadio a ridosso del porto, il Pontefice è arrivato sull’isola «sulle orme di Papa Francesco», che l’8 luglio 2013 scelse proprio Lampedusa come meta del suo primo viaggio da Successore di Pietro. Partendo dalla parabola del buon Samaritano, il Papa ha rivolto un duro richiamo alle istituzioni, denunciando il disinteresse per il bene comune, la corruzione nei Paesi di origine e i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui. Un discorso che intreccia fede e responsabilità politica, e che chiama in causa direttamente l’Europa e la società civile davanti al dramma dei migranti nel Mediterraneo.
L’accusa alle istituzioni e alla politica
Papa Leone ha elencato senza sconti le cause delle morti in mare: il disinteresse per il bene comune, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che questi drammi «non ci riguardano», e il lento passaggio da una gestione delle emergenze a politiche organiche condivise. Ha ricordato che gli stessi apostoli navigarono nel Mediterraneo, sperimentando «l’ospitalità degli abitanti delle sue isole», da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo, ha detto, risuona dove i popoli si incontrano e si accolgono, mentre diventa muto «dove ognuno fa di sé stesso un’isola». Riprendendo la parabola del buon Samaritano, il Papa ha paragonato la rotta di Lampedusa e Linosa alla strada da Gerusalemme a Gerico, percorsa da «migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti».
L’appello di Papa Leone a Lampedusa all’Europa
Il Pontefice ha ringraziato la popolazione dell’isola per «il miracolo della compassione», citando il Forum Lampedusa Solidale, la Guardia Costiera, sindaci, preti, medici e volontari che negli anni hanno accolto i migranti. Ha poi rivolto un appello diretto all’Europa, che possiede, ha detto, «un potenziale unico» per affrontare la crisi in modo organico, superando la sola gestione dell’emergenza. Un compito, ha precisato, che riguarda «le istituzioni pubbliche ma anche tutta la società civile e la Chiesa». Ha poi criticato chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così la comune dignità di ogni persona, e ha ribadito che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione.

La civiltà dell’amore tra Tenerife e Lampedusa
Papa Leone ha richiamato le sue recenti parole pronunciate a Tenerife, applicandole anche a Lampedusa: la vocazione turistica delle isole, ha osservato, può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie o addirittura svilupparsi nell’indifferenza verso il dramma dei naufraghi. Per molti turisti, ha detto, la vacanza resta solo distrazione, mentre rischia di alzarsi «un muro invisibile» tra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Da qui l’invito ad «avere l’audacia di pensare diversamente», per far sì che chi soggiorna sull’isola possa uscirne più umano. Il Papa ha citato i suoi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che compresero come solo la misericordia sappia rispondere agli abissi del cuore umano con nuovi inizi.
L’affidamento alla Madonna di Porto Salvo
Concludendo l’omelia davanti agli ottomila residenti dell’isola, il Papa ha ricordato la Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa, richiamando Sant’Agostino, che paragonava la vita umana a una navigazione in mare in tempesta verso un porto sicuro. Ha auspicato che l’immagine venerata «torni a parlare con la forza di un tempo» e ha ricordato che «abbiamo tutti in Dio un porto sicuro». Rivolgendosi alla comunità di Lampedusa e Linosa, Papa Leone ha chiuso l’omelia con l’espressione tipica dell’isola: «O’scià!», augurando che non manchi mai «il respiro della fede, della speranza e della carità».