Le origini del Rosario risalgono ai monaci del deserto, che recitavano 150 Padre Nostro al posto dei salmi. Una storia biblica fino ai misteri del 2002.
Le origini del Rosario sono più bibliche di quanto si pensi. Nella sua forma più antica questa preghiera nacque per sostituire la recita quotidiana dei 150 salmi, l’ideale dei primi monaci nei deserti di Siria ed Egitto. Mettere in pratica quel proposito non era semplice. I libri, anzi i rotoli, costavano cifre altissime: una comunità di cenobiti poteva forse comprare un Salterio con uno sforzo comune, un anacoreta solitario nemmeno poteva sognarlo. Molti monaci, soprattutto in Egitto, venivano dagli strati più poveri della società ed erano probabilmente analfabeti o semianalfabeti. Avevano forse più memoria di noi, ma centocinquanta salmi restavano una mole enorme di testo. C’era poi il lavoro manuale, necessario per mantenersi.
150 Padre Nostro contati con sassolini e nodi
Nacque così l’abitudine di recitare ogni giorno 150 Padre Nostro al posto dei salmi. L’idea era più profonda di quanto sembri. I monaci leggevano i salmi come profezie su Cristo, e la preghiera insegnata da Gesù agli apostoli, anch’essa testo biblico, era adatta a sostituirli per chi non riusciva a impararli o a recitarli in un giorno. Per contare si usavano sassolini, semi o cordicelle con nodi. La pratica si diffuse presto anche fuori dai monasteri, grazie ai pellegrini che andavano a trovare i monaci.
Dall’Ave dell’angelo alla corona di rose
Tra le prime preghiere mariane c’era la ripetizione del saluto dell’angelo all’Annunciazione, preso direttamente dal Vangelo di Luca (1,28). Col tempo si cominciò a recitare 150 Ave con lo stesso metodo usato per i Padre Nostro. Solo nel XIV secolo i monaci certosini completarono l’Ave Maria nella forma che conosciamo. Aggiunsero le parole di Elisabetta sul frutto del seno di Maria (Lc 1,42) e l’invocazione per noi peccatori, modellata sulla supplica del pubblicano nella parabola (Lc 18,13). Il Rosario si allontanava dai salmi, ma restava una preghiera fondata sulla Parola di Dio. Il nome si deve probabilmente ai cistercensi del XIII secolo, che associarono la preghiera alla rosa offerta in dono e la serie di invocazioni a una corona di rose. Furono poi i certosini a intercalare ogni dieci Ave Maria con un Padre Nostro. A diffondere questa forma pensò soprattutto san Domenico, seguito dai frati dell’Ordine dei Predicatori.

I misteri e la svolta del 2002
Il legame con la Bibbia tornò nell’invito a meditare episodi della vita di Gesù e di Maria. All’inizio si inserivano brevi frasi dentro ogni Ave, come «Gesù, che portò la croce al Calvario» oppure «che è risorto». Fu il domenicano beato Alano de la Roche, nel XV secolo, a fissare quindici misteri: gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Fondò anche le prime confraternite del Rosario conosciute. Le aggiunte dentro l’Ave lasciarono poi il posto alla meditazione prima di ogni decina, ma il suo schema resistette fino al 2002. Quell’anno san Giovanni Paolo II, con la lettera Rosarium Virginis Mariae, propose i cinque misteri della luce, legati alla vita pubblica di Gesù.
Tornare alle origini bibliche del Rosario
Nel documento il Papa chiama il Rosario «compendio del Vangelo» e insiste sulla fedeltà al suo carattere biblico. Lo descrive come meditazione su Cristo con Maria, una contemplazione salutare: non si tratta solo di imparare ciò che Gesù ha insegnato, ma di «imparare Lui». Non basta recitare le formule del Padre Nostro e dell’Ave Maria. Bisogna entrare nella Parola. Si possono leggere i brani biblici legati a ogni mistero, immaginarsi presenti alla scena, oppure cercare analogie con la propria vita quotidiana, per ascoltare ciò che il Signore vuole dire.
Questa cura non è un’aggiunta facoltativa e non toglie spazio a Maria. È lei la prima ad accogliere la Parola, a custodirla e meditarla, fino a darle carne nelle scelte concrete. Per l’autore non c’è modo migliore di onorarla che imitarla nell’ascolto di Dio.