Oggi, venerdì 23 ottobre, alle 16.30 riapre a Santa Croce in Gerusalemme la Cappella delle Reliquie con la Vera Croce e il Titulus Crucis.
Riapre oggi pomeriggio, venerdì 23 ottobre, alle 16.30 la Cappella delle Reliquie della basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. La cerimonia si svolgerà alla presenza del cardinale vicario Baldo Reina. Dopo mesi di attesa, fedeli e pellegrini potranno di nuovo venerare i frammenti della Vera Croce, il Titulus Crucis, il Sacro Chiodo e le Spine della Corona. La cappella era stata chiusa alla fine di aprile per consentire, in sicurezza, i lavori di ristrutturazione della volta soprastante. Gli interventi sono stati disposti dal ministero della Cultura, attraverso la Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio di Roma, e dal vicariato di Roma.
Per il parroco, don Remo Chiavarini, la Croce resta il centro di tutto. «La Croce è tutto, è il segno dell’amore con cui Dio ci ha amato, fino a donare suo Figlio per la salvezza dell’umanità», ha spiegato al Sir.
Il desiderio dei pellegrini davanti alla porta chiusa
Don Chiavarini guida la comunità parrocchiale da alcuni mesi. In questo tempo ha percepito con forza il desiderio di accostarsi alle reliquie, anche mentre la cappella restava inaccessibile. Racconta di un dispiacere che a volte arrivava fino al pianto, soprattutto in chi giungeva da lontano. È una devozione che supera i confini confessionali. «È un desiderio trasversale, ecumenico», osserva il sacerdote. Pensa ai cristiani d’Oriente, agli ortodossi europei, russi, ucraini e rumeni, ma anche ai copti africani e ai fedeli indiani. Molti si fermano davanti alla porta chiusa e già lì percepiscono «una presenza grande». Una scena che, confessa, lo commuove.
Sant’Elena e le origini di Santa Croce in Gerusalemme
La storia della basilica rimanda alla tradizione legata a sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Tra il 326 e il 328avrebbe compiuto un viaggio in Terra Santa, nei luoghi della Passione e della Risurrezione. Secondo la tradizione riportò a Roma reliquie legate alla vita di Gesù, insieme a terra proveniente da Gerusalemme. Quei segni trovarono posto nel complesso imperiale del Sessorium, residenza legata alla famiglia di Costantino, dove per volontà imperiale fu allestito un luogo di culto. La terra, racconta la tradizione, venne sparsa nell’area della cappella dedicata a sant’Elena. Le origini della basilica risalgono al IV secolo e il nome conserva il legame con la città santa. Nei secoli la chiesa è stata trasformata e ampliata, restando una delle tappe della visita alle 7 chiese di Roma.
Dalla Vera Croce al Titulus Crucis, il tesoro della cappella
Nella Cappella delle Reliquie si trovano i frammenti della Vera Croce, conservati nella stauroteca realizzata da Giuseppe Valadier nel 1803. C’è poi il Titulus Crucis, tavola in legno di noce che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio posto sopra la croce, con la scritta «Gesù Nazareno re dei giudei». Completano il tesoro il Sacro Chiodo e due Spine della Corona. Il loro valore non si esaurisce nell’aspetto storico e artistico. Le reliquie rimandano a una persona e a un evento: Cristo che offre la propria vita per l’umanità. Sono testimonianze che aiutano i credenti a entrare nel mistero della Passione. «Non possiamo assolutamente pensare Gesù senza la Croce», sottolinea il parroco, perché essa è «nel cuore stesso della nostra fede».

La Croce e il dolore di ogni giorno
Nei primi secoli, ricorda don Chiavarini, la Croce veniva raffigurata soprattutto senza il corpo di Gesù, come segno della gloria del Risorto. Nel corso del tempo si è diffusa sempre più anche l’immagine del Crocifisso, che richiama il corpo donato. Ma la Croce parla anche della sofferenza concreta delle persone, un tema da affrontare con delicatezza. «Se la si affronta insieme con il Signore, quella croce diventa sopportabile», spiega. Da soli, invece, rischia di schiacciarci.
Il patrimonio custodito appartiene alla comunità di Santa Croce, ma parla all’intera Chiesa. «È un tesoro che deve portare poi a tutta la cristianità», afferma il parroco. L’auspicio è che la venerazione diventi incontro con Gesù, che ci ha fatto conoscere il Padre e il volto di Dio.