La preghiera dei fedeli, o preghiera universale, segue regole precise: cinque intenzioni fisse, massimo sei richieste e non è sempre obbligatoria.
Chi partecipa regolarmente alla Messa conosce bene il momento che segue il Vangelo o l’omelia, quando l’assemblea recita la cosiddetta preghiera dei fedeli. In Italia è un elemento così consueto che la sua assenza susciterebbe stupore, ma nella liturgia della Chiesa occidentale non è sempre stato così scontato. La forma attuale di questa preghiera, chiamata anche preghiera universale, è stata reintrodotta nella liturgia romana solo dopo il Concilio Vaticano II. Le norme liturgiche precisano inoltre che non è obbligatoria nei giorni feriali: la sua recita è richiesta solo nelle domeniche e nelle solennità. Per questo motivo, in diverse chiese occidentali, come nel Regno Unito, nei giorni feriali il celebrante passa direttamente alla preparazione dei doni dopo l’omelia o un momento di silenzio, in piena conformità con le norme liturgiche.
La preghiera eucaristica non basta da sola
Si potrebbe pensare che la preghiera dei fedeli ripeta, dal punto di vista teologico, altri momenti della Messa. Durante la preghiera eucaristica, infatti, la Chiesa eleva già suppliche per tutti: per i vivi, per i defunti, per l’intera comunità ecclesiale e per gli uomini di buona volontà. Il compito specifico della preghiera universale è invece rendere concrete le intenzioni della comunità. È il momento in cui i fedeli portano all’altare situazioni precise, gruppi di persone, sfide sociali del momento o le intenzioni proprie di quella particolare celebrazione. Per questo le richieste aggiuntive per intenzioni specifiche dovrebbero trovare spazio proprio in questo punto della liturgia, e non essere aggiunte dopo la sua conclusione.
Le cinque categorie previste dalle norme liturgiche
Le disposizioni liturgiche indicano con chiarezza quali intenzioni debbano comparire nella preghiera dei fedeli, individuando cinque categorie fondamentali: per la Chiesa universale e i suoi pastori, per chi governa gli Stati e per la pace nel mondo, per le persone bisognose e sofferenti, per i defunti, e per l’assemblea riunita nella celebrazione. Le stesse norme raccomandano che la preghiera dei fedeli non contenga più di sei richieste e che non diventi occasione per un’altra omelia o per interventi eccessivamente lunghi: le intenzioni vanno formulate in modo breve e chiaro.

Dall’Oriente bizantino alle lettere di san Paolo
Se nella liturgia occidentale la preghiera universale è scomparsa per diversi secoli, in quella orientale, ad esempio nel rito bizantino, è rimasta sempre presente, sotto forma delle cosiddette ectenie, litanie di supplica recitate più volte nel corso della celebrazione. Sia in Oriente sia in Occidente questa preghiera trova un fondamento profondo nella Sacra Scrittura: san Paolo, nelle sue lettere, esorta più volte alla preghiera comune, a elevare suppliche per tutti gli uomini, per i re e per chi esercita il potere, e a sostenersi reciprocamente nella fede.
Il modello resta la liturgia del Venerdì Santo
Il modello di riferimento per ogni preghiera dei fedeli rimane la solenne preghiera universale della liturgia della Passione del Venerdì Santo, con le sue dieci ampie invocazioni che abbracciano l’intera umanità, la Chiesa e tutte le necessità del mondo. La preghiera dei fedeli resta così il momento della Messa in cui i laici partecipano attivamente alla celebrazione, ascoltando e rispondendo insieme: «Ascoltaci, o Signore».