Messa ogni giorno, rosario e carità, eppure i problemi restano: perché capitano cose brutte? La risposta di un sacerdote gesuita parte dal Siracide.
Tra le omelie che restano nella memoria dei fedeli c’è quella di un sacerdote gesuita che affrontava una domanda antica quanto la fede: perché capitano cose brutte anche a chi prega e frequenta la chiesa? Chi l’ha ascoltata continua a ricordarla a distanza di anni, anche dopo aver cambiato quartiere e parrocchia. Il religioso raccontò la storia di una donna che partecipava con regolarità alla Messa della sera. Un giorno, al termine della celebrazione, si avvicinò a lui visibilmente preoccupata. Disse di adempiere a tutti i suoi doveri di cristiana: Messa ogni giorno, rosario, aiuto ai bisognosi. Eppure nella sua vita continuavano ad accadere cose negative, problemi che non riusciva a risolvere. Si aspettava di vivere in pace, con il cuore sereno, e non di affrontare difficoltà capaci di avvelenarle l’esistenza.
Perché capitano cose brutte anche a chi prega
La risposta del sacerdote fu netta. Gesù non ha mai promesso che andare a Messa avrebbe tenuto lontane le cose brutte, ma che avrebbe dato la forza necessaria per superarle. Le difficoltà, spiegò, fanno parte della vita e non scompaiono, almeno su questa terra. La pace donata da Cristo, secondo il gesuita, è una pace interiore. Si può custodire anche in mezzo a tanti problemi, a patto di amare e di fidarsi della Sua parola. Poi rivolse alla donna una domanda: forse la presenza costante delle prove la stava aiutando a crescere nell’umiltà, ad approfondire la fede e a diventare una persona migliore?
La prova dell’oro nel capitolo 2 del Siracide
A quel punto il sacerdote guardò l’assemblea e chiese se qualcuno sapesse quale brano biblico avesse in mente parlando con quella donna. Una persona alzò la mano e rispose: il secondo capitolo del Siracide. Soddisfatto, il gesuita aprì la Bibbia e lesse il passo davanti a tutti i presenti.
Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della prova. Sta’ unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore (Sir 2,1-5).
In preghiera davanti al Santissimo Sacramento esposto in una chiesa
Dare un senso alla sofferenza secondo San Paolo
Proseguendo, il sacerdote ricordò che nella Bibbia diversi passi spiegano perché fatica, dolore e ostacoli non sono sempre così negativi come sembrano. Se la sofferenza è inevitabile, le si può dare un significato. Non si tratta di soffrire per il gusto di soffrire: la fatica offerta e accettata porta frutto nell’eternità.
A sostegno di queste parole citò San Paolo nella Lettera ai Romani:
E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,3-5).
L’offerta del dolore e la visita al Santissimo
Il dolore, per il gesuita, è parte inseparabile della vita. Nessuno ama soffrire, ed è naturale. Chi soffre, però, può almeno offrire il proprio dolore: per la conversione dei peccatori, per la santità dei sacerdoti, per le famiglie, per i giovani. Le intenzioni, disse, sono moltissime. Ricordò anche le parole di un santo: è meglio stare sulla croce con Gesù che guardarlo dal basso.
L’ultima confidenza fu un consiglio personale. Nei momenti di prova il sacerdote amava visitare Gesù nel Santissimo Sacramento, dove Lui è sempre presente, pronto ad aiutare, a rafforzare le anime e a consolare. Da lì il suo invito finale ai fedeli: non scoraggiarsi, essere pazienti, pregare molto e custodire la fede.