Ucraina, l’appello dei vescovi: dalla raccolta in Vaticano alla pace giusta

La Chiesa ucraina intensifica l’impegno per la pace attraverso raccolta fondi in Vaticano e dichiarazioni sulla pace giusta. Il vescovo di Kyiv all’Incontro di Assisi.
Ucraina, il grido dei vescovi: dalla raccolta in Vaticano alla pace giusta Ucraina, il grido dei vescovi: dalla raccolta in Vaticano alla pace giusta
La Chiesa ucraina intensifica l'impegno per la pace attraverso raccolta fondi in Vaticano e dichiarazioni sulla pace giusta. Il vescovo di Kyiv all'Incontro di Assisi.
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Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina non è soltanto una crisi geopolitica: è una ferita aperta nel cuore dell’Europa cristiana. La Chiesa ucraina, quella greco-cattolica come quella latina, ha fatto della ricerca della pace il centro del proprio magistero pastorale, e la risposta della Chiesa universale — dal Vaticano alle conferenze episcopali europee — si è fatta sempre più articolata e urgente. Un coro di voci autorevoli si leva senza sosta: non una pace qualunque, ma una pace giusta, capace di restituire dignità e futuro a un popolo che non vuole abituarsi alla guerra.

Il grido dei vescovi ucraini: pace giusta o niente pace

La parola che torna con insistenza nei documenti e negli interventi della gerarchia ecclesiastica ucraina è pace giusta — justa pax nella tradizione teologica — che non significa resa né semplice cessazione delle ostilità, ma ristabilimento del diritto, della sovranità e della dignità umana. Mons. Vitaliy Krivitskiy, vescovo di Kyiv-Zytomyr, ha sintetizzato questa posizione con parole nette: «Solo una pace giusta può mettere fine alla guerra». E ha aggiunto un appello rivolto a tutta la comunità internazionale, credenti e non: «Non tacete! Quando il mondo è stanco di sentire parlare di guerra — non tacete!»

Queste parole non sono un grido isolato. Il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina aveva già fissato i principi teologici in un messaggio del 10 marzo 2024, dedicato alla guerra e alla pace giusta nel contesto delle nuove ideologie. Il documento afferma con chiarezza: «L’Ucraina è diventata il centro dei cambiamenti globali e sta affrontando prove terribili oggi». Non si tratta di retorica: è una lettura teologica della storia, che riconosce nella resistenza del popolo ucraino una dimensione spirituale oltre che civile.

Sua Beatitudine Sviatoslav e il dialogo con i vescovi italiani

Il dialogo tra la Chiesa ucraina e quella italiana ha conosciuto un momento significativo tra il 26 e il 29 maggio 2026, in occasione della 82ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, ha preso la parola davanti ai vescovi italiani per ringraziare la Chiesa italiana della solidarietà concreta offerta al popolo ucraino e per ribadire la necessità di una «pace giusta e duratura».

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Il messaggio di Sua Beatitudine Sviatoslav non era soltanto diplomatico: era pastorale. Ha ricordato ai vescovi italiani che la stanchezza dell’opinione pubblica di fronte a una guerra lunga è comprensibile, ma non può tradursi in silenzio o indifferenza da parte della Chiesa. La solidarietà, ha spiegato, non è un gesto occasionale ma una responsabilità strutturale della comunità ecclesiale universale. In questo senso, il rapporto tra chiesa ucraina e chiesa italiana è diventato un modello concreto di comunione nella sofferenza.

Papa Leone XIV e la voce del Successore di Pietro

Anche il Pontefice ha alzato la voce. Il 17 giugno 2026, durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, Papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per l’intensificarsi dei bombardamenti in Ucraina, ricordando le vittime innocenti, i soccorritori uccisi mentre svolgevano il loro lavoro e la distruzione di chiese e siti del patrimonio culturale. Un passaggio, quest’ultimo, che colpisce in modo particolare: la guerra non distrugge soltanto vite umane, ma cancella secoli di memoria cristiana, di arte sacra, di luoghi dove generazioni di fedeli hanno pregato e ricevuto i sacramenti.

L’appello del Papa si inserisce in una linea di continuità con la dottrina della pace giusta elaborata dalla tradizione cattolica. Non si tratta di neutralità: la Santa Sede distingue tra aggressore e aggredito, tra chi viola il diritto internazionale e chi lo difende. E il concetto di pace giusta, centrale nel magistero della chiesa ucraina, trova piena eco nella voce del Successore di Pietro.

L’Europa dei vescovi si unisce: l’appello di Salisburgo

La dimensione continentale di questo impegno è emersa con chiarezza il 30 ottobre 2026, quando l’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), riunita a Salisburgo, ha emesso un appello formale per «una pace giusta e duratura in Ucraina e in tutte le zone di guerra». Il CCEE riunisce le conferenze episcopali di tutta Europa: il fatto che abbiano parlato con una sola voce su questo tema è un segnale ecclesialmente rilevante.

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L’assemblea di Salisburgo ha ribadito che la Chiesa europea non può limitarsi alla preghiera — per quanto essenziale — ma deve farsi voce profetica nei confronti delle istituzioni politiche, ricordando che ogni pace costruita sull’ingiustizia è destinata a crollare. Questo è il cuore del messaggio che i vescovi europei rivolgono ai governi del continente: non cedere alla tentazione di una pace rapida che sacrifichi la giustizia sull’altare della convenienza politica.

La preghiera come resistenza spirituale: il rosario per l’Ucraina

Accanto all’impegno diplomatico e dottrinale, la Chiesa ha sempre coltivato la dimensione spirituale della risposta alla guerra. Un episodio emblematico risale al Mladifest di Medjugorje del 2022: Mons. Jan Sobilo, vescovo ausiliare della diocesi di Zaporizhia-Kharkiv, si rivolse ai giovani pellegrini definendo il rosario «l’arma più potente contro il male» e chiedendo loro di donare corone del rosario per i fedeli ucraini. Migliaia di giovani risposero all’appello, trasformando un gesto devozionale in un atto concreto di solidarietà.

Questo episodio non è isolato: la chiesa ucraina ha sempre visto nella preghiera mariana non una fuga dalla realtà ma un modo di affrontarla con fede. Il rosario per la pace è diventato un filo che unisce parrocchie, monasteri e famiglie ucraine disperse nel mondo. In questo senso, il legame tra la spiritualità di Medjugorje — dove la Regina della Pace è invocata nel contesto delle presunte apparizioni — e la sofferenza dell’Ucraina appare particolarmente significativo, anche se va tenuto distinto dalla posizione ufficiale della Chiesa sulle apparizioni stesse.

Solidarietà concreta e responsabilità ecclesiale

La risposta della Chiesa alla guerra non si esaurisce nelle dichiarazioni. Le diocesi italiane, le Caritas nazionali e numerose istituzioni religiose hanno attivato canali di aiuto umanitario, accoglienza dei profughi e sostegno alle comunità colpite dai bombardamenti. Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è stato descritto come una delle voci più impegnate nel sostegno alla causa ucraina all’interno della diplomazia vaticana — un segnale che l’impegno della Santa Sede non è soltanto pastorale ma anche diplomatico.

Ciò che emerge da questo insieme di gesti, dichiarazioni e appelli è un quadro coerente: la chiesa ucraina, sostenuta dalla solidarietà della Chiesa universale, continua a indicare la strada di una pace che non sia capitolazione ma giustizia. Una pace che rispetti la vita, la sovranità, la memoria e la fede di un popolo che, nonostante tutto, non ha smesso di pregare. Il grido dei vescovi — «Non tacete!» — è anche un invito a ciascuno di noi: la pace si costruisce anche con la voce di chi non si rassegna al silenzio.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.