«Ho peccato» e niente altro: il consiglio di un Padre del deserto sulla confessione

Mosè l’Etiope spiega la maldicenza secondo i Padri del deserto: chi accusa il fratello aggiunge un nuovo male e piange due morti invece di uno. Mosè l’Etiope spiega la maldicenza secondo i Padri del deserto: chi accusa il fratello aggiunge un nuovo male e piange due morti invece di uno.
Confessore e penitente durante la Confessione
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Mosè l’Etiope spiega la maldicenza secondo i Padri del deserto: chi accusa il fratello aggiunge un nuovo male e piange due morti invece di uno.

Accusare un fratello per alleggerire la propria colpa è una tentazione molto concreta. La maldicenza secondo i Padri del deserto non era un peccato da poco, e il monaco Mosè l’Etiope lo spiegava partendo dalla propria storia.  Mosè fu una “vocazione tardiva” alla vita monastica. Africano, arrivò in Egitto come schiavo, poi venne mandato via dal suo padrone. Prima di allora aveva condotto un’esistenza piuttosto agitata e non sempre edificante. Dopo la conversione, decise di diventare monaco nel deserto. Uomo mite e accogliente, conquistava i cuori ed esercitava una profonda influenza su chiunque andasse a fargli visita. La sua fine fu brutale: venne ucciso da un’orda di predoni che si aggirava tra le sabbie.

Lo schiavo che dice soltanto: ho peccato

In un apoftegma, un giovane fratello lo interroga sul perdono delle colpe. Mosè risponde usando la sua esperienza come punto di partenza. Sa cosa significa essere accusati dal padrone e quanto sia forte la tentazione di scaricare su qualcun altro almeno una parte della responsabilità.

Il fratello chiede: “Un uomo percuote il suo schiavo per una colpa commessa. Che cosa dirà lo schiavo?”. L’anziano risponde che un buon schiavo dirà soltanto: “Abbi pietà di me! Ho peccato”. Il giovane chiede se non aggiungerà altro.

La risposta è netta: no, perché nel momento in cui lo schiavo si accusa da solo, il padrone ha subito pietà di lui. Poi arriva la frase che chiude il ragionamento: “Ma il fine di tutto questo è non giudicare il prossimo”.

Non aggiungere un nuovo male alla propria colpa

Mosè invita a non aggiungere nulla alla confessione del proprio sbaglio. Allontanarsi dalla retta via è già abbastanza. Chi coinvolge il prossimo, anche solo un poco, aggiunge una nuova disgrazia: i motivi per piangere diventano due invece di uno. L’anziano richiama il libro dell’Esodo (Es 12,29-30): quando la mano del Signore colpì ogni primogenito d’Egitto, non c’era casa senza un morto. Al fratello che gli chiede il senso di queste parole, risponde che chi si applica a vedere i propri peccati non vedrà quelli degli altri. È una follia, dice, avere un morto in casa propria, lasciarlo lì e andare a piangere quello del vicino.

L’anziano richiama il libro dell’Esodo (Es 12,29-30): quando la mano del Signore colpì ogni primogenito d’Egitto, non c’era casa senza un morto
Padri del deserto

Il peccato come patto di fiducia spezzato

Morire nei confronti del prossimo significa portare i propri peccati senza preoccuparsi se un uomo sia buono o cattivo. Non fare del male a nessuno, non coltivare pensieri cattivi verso chiunque, non disprezzare chi sbaglia. C’è anche un avvertimento su chi danneggia gli altri: non lasciarsi raggirare da lui e non rallegrarsi insieme a lui. L’ultima raccomandazione è la più diretta: “Non parlare mai male di qualcuno, ma di’: Dio conosce ciascuno”.

Questa sapienza presuppone una coscienza molto acuta del peccato. Non è un semplice errore che rovina la reputazione. È la rottura di un patto di fiducia tra Dio e l’uomo, con conseguenze pesanti su di noi e sugli altri. Per questo Mosè invita alle lacrime, come davanti a un morto.

La maldicenza secondo i Padri del deserto e la differenza con la calunnia

Mosè indica anche il ruolo delle chiacchiere, che piantano nel cuore i giudizi cattivi. “Non lasciarti convincere dal maldicente e non provare piacere nei suoi pettegolezzi”, raccomanda. Aggiunge di non imitare chi parla male del prossimo, perché è questo il senso del “Non giudicate e non sarete giudicati” (Lc 6,37). Chiede poi di non avere inimicizia con nessuno e di non custodire mai odio nel cuore. “Questa è la pace”, conclude.

La maldicenza è ancora più grave della calunnia. La calunnia è un’invenzione senza fondamento. La maldicenza, purtroppo, dice il vero: fotografa difetti e comportamenti colpevoli e continua a riproporceli. La via indicata dall’anziano è chiudere la bocca al maldicente, con una promessa finale: la fatica dura poco, il riposo è per sempre, per grazia del Dio Verbo.