«Chi ha fede prega, chi non ha fede sta zitto»: chi era il nuovo patrono dei magistrati

Il decreto vaticano del 7 ottobre 2026 rende il beato Livatino patrono dei magistrati. Mantovano e Airoma raccontano il giudice ucciso dalla Stidda. Il decreto vaticano del 7 ottobre 2026 rende il beato Livatino patrono dei magistrati. Mantovano e Airoma raccontano il giudice ucciso dalla Stidda.
Il beato Rosario Angelo Livatino
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Il decreto vaticano del 7 ottobre 2026 rende il beato Livatino patrono dei magistrati. Mantovano e Airoma raccontano il giudice ucciso dalla Stidda.

Il beato Rosario Angelo Livatino veglia ora ufficialmente su chi amministra la giustizia in Italia. La nomina di Livatino patrono dei magistrati arriva con un decreto del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti. Il documento è datato 7 ottobre 2026 ed è stato reso noto dalla Cei. La richiesta era partita da un Comitato promotore. I vescovi italiani l’hanno sostenuta in ogni fase dell’iter, vedendo nel giudice di Canicattì un modello e un intercessore speciale per l’intera categoria. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, lo ha descritto come «autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato». Ha saputo unire verità e carità, scienza giuridica ed etica cristiana. Leone XIV lo ha definito il «primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire».

Ucciso dalla Stidda a 37 anni, beato ad Agrigento nel 2021

Livatino fu ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990, a 37 anni. Percorreva senza scorta la statale che da Canicattì porta ad Agrigento, diretto in tribunale. La beatificazione è avvenuta ad Agrigento il 9 maggio 2021, come martire in odium fidei. Per la Chiesa, chi lo uccise colpì anche la fede che guidava il suo lavoro di magistrato.

Un magistrato che parlava solo con i provvedimenti

Il libro Un giudice come Dio comanda (Il Timone), di Alfredo Mantovano, Domenico Airoma e Mauro Ronco del Centro Studi Livatino, ne offre un ritratto lontano dalle icone di maniera. Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, lo ha ricordato a Roma il 24 settembre scorso. Lo ha definito «abbastanza sui generis»: in un’epoca in cui si parlava molto e si cercava visibilità, Livatino non rilasciò mai un’intervista né partecipò a programmi televisivi. Non era timore: era convinto che un giudice dovesse esprimersi soltanto con i suoi provvedimenti, rispettosi delle garanzie e della persona. Il suo valore professionale fu enorme, perché lavorò contro la mafia «praticamente a mani nude», senza i mezzi tecnici e giuridici che esistono oggi. A sostenere questo rigore, per Mantovano, era la fede. Lo testimonia la sigla STD, sub tutela Dei, che annotava sulle agende. Durante un sopralluogo, a un carabiniere che si rallegrava per la morte di un mafioso, il giudice rispose: «Di fronte alla morte chi ha fede prega. Chi non ha fede sta zitto». Lo mise in pratica guardando in faccia la morte.

Livatino fu ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990, a 37 anni. Percorreva senza scorta la statale che da Canicattì porta ad Agrigento, diretto in tribunale
Il magistrato Rosario Angelo Livatino

Accanto a Falcone e Borsellino, in un’isola nell’isola

Nel 2021 Domenico Airoma, magistrato e vicepresidente del Centro Studi Livatino, lo accostava a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con loro condivideva la professionalità, la ricerca puntigliosa della prova nel rispetto degli imputati e una dedizione totale al lavoro. Il contesto però era diverso. Lontano dalla Palermo del pool, tra Canicattì e Agrigento il contrasto alla mafia era ancora agli albori. Grazie anche a lui divenne sistematico, aprendo la strada a novità normative e ordinamentali. Airoma parla di un lavoro svolto in «un’isola nell’isola», senza tutela da parte dello Stato. A distinguerlo era il modo di intendere il compito: rendere giustizia come vocazione e dedizione di sé.

Livatino patrono dei magistrati e antitesi del «sistema»

Per Airoma la figura di Livatino è anche un monito per la magistratura di oggi. È l’opposto del giudice descritto dalle cronache sul sistema delle correnti, impegnato nella ricerca di incarichi e di contatti con la politica. Lui stesso scriveva che un giudice deve essere indipendente e anche apparire tale. Ed è l’opposto del magistrato tecnocrate, che non si limita a interpretare la norma ma la crea, come un «novello legislatore». Livatino ricordava che decidere significa scegliere fra più alternative, e che per scegliere serve una luce, perché nessuno è luce a se stesso.

C’è poi un’idea che il nuovo patrono lascia a tutti, non solo alle toghe: la giustizia, diceva, non può essere ridotta ad affare di pochi magistrati. Riguarda chiunque abbia a cuore il bene pubblico.